Pubblicato il: gio, Mag 25th, 2017

Barmasse: Shisha, fermati a 2-3 metri dalla vetta per restare vivi

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«Quando ho cominciato a pensare di poter tentare di vivere una scalata in Himalaya in completa autonomia ero molto motivato perché dopo Messner, Loretan, più recentemente House e pochi altri, nessuno ha il coraggio di affrontare un’avventura così incerta nel risultato, rischiosa». Hervé Barmasse parla dal campo base dello Shisha Pangma, in Tibet.

E’ il giorno dopo l’impresa: 13 ore per salire e di sera di nuovo in tenda. Un giorno per raggiungere la cima, anzi tre metri sotto, a quota 8.024, e scendere. Lui e il tedesco David Gottler. Sfiniti, ma felici. Niente prima salita, come avevano previsto, niente «goccia d’acqua», cioè inseguendo la verticalità estrema, dal piede alla cima. «Colpa del tempo – dice Hervé -. Non abbiamo mai potuto contare su più di un giorno di sereno. L’unica finestra garantita dal meteorologo Gabl era al massimo di 24 ore. Impensabile di avventurarsi su una via ignota con nessun margine prima dell’arrivo di nubi, vento, neve, freddo. Ci vogliono almeno due giorni di cielo sereno, altrimenti il rischio è esagerato, sarebbe sciocco».

In realtà Barmasse e Gottler sono molto soddisfatti. Perché? Barmasse: «Salire questa parete in poche ore, non per cercare un record, ma per necessità, per sfuggire al maltempo insomma, non pensavamo fosse possibile farlo. L’itinerario è quello aperto dagli alpinisti spagnoli nel 1995. La differenza è nel tempo, due giorni in meno per Barmasse e Gottler e il modo: stile alpino, senza assistenza a terra e senza l’uso di corde fisse. L’itinerario è stato battezzato dagli spagnoli il “Canalone della Girona”, sono due chilometri e 200 metri di parete, un piede in pendenza che è sotto un balzo di seracchi, poi si raggiunge la cresta sommitale su terreno misto, quindi la lunga attraversata verso la vetta, al centro della colossale parete Sud».

Ancora Barmasse: «Volevamo salire la via degli inglesi, più verso il centro della parete, ma le valanghe erano un problema serio. Troppo pericolo dopo il maltempo». A 3 metri dalla vetta i due alpinisti si sono fermati: «Ci siamo detti “fermiamoci qui”. A ogni passo il manto nevoso su cui procedevamo era tutto uno scricchiolio. Rumori profondi di assestamento. Pochi passi che indicano vita o morte, a seconda della decisione. Parrebbe inutile sottolinearlo per molti, ma noi vogliamo dirlo, ci siamo fermati a 2 o 3 metri dalla vetta per poter tornare giù, per vivere».

Barmasse ricorda: «Quando sei a casa e ti alleni per realizzare un sogno è molto facile. E’ quando il sogno ti si presenta alto più di duemila metri sopra di te e parti per realizzarlo con 25 metri di corda e poco materiale che pensi sia irrealizzabile». Continua: «Soprattutto se hai solo poche ore a disposizione di bel tempo». Fa una pausa Barmasse, quindi aggiunge: «E così ammetto di aver avuto paura di non essere in grado di realizzare il sogno. Sovrastato dalla grande montagna mi sentivo piccolo, piccolo. Poi il primo passo, quindi un altro, la testa si svuota dai pensieri pesanti e inizi a salire. Ma finita la parete, quando siamo arrivati sul plateau finale che porta alle gobbe e alla cresta di vetta e sprofondavamo fino al ginocchio, le nostre chance erano pochissime. E i dubbi sono tornati. Eravamo soli su tutta la montagna che si presentava in modo differente, cambiata per il terremoto di tre anni fa. E da allora non è stata più salita neanche per il versante normale. E tutto era un’incognita. Ancora piccoli passi. Eccoci».

Articolo pubblicato da: La Stampa il 23/05/2017 a firma Enrico Martinet

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