Pubblicato il: mer, Lug 20th, 2016

Enrico Rosso: “L’alpinista recupera il suo stato di animale in natura”

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A fine giugno è rientrato in Italia il gruppo alpinistico formato da Enrico Rosso, Pietro Sella ed Antonio Zavattarelli dalla recente spedizione sulle Ande della Cordillera Real in Bolivia. Dopo una prima acclimatazione, con l’attraversamento in cresta del Janq’u Uyu (5.500 metri), Enrico Rosso e Pietro Sella ai quali si è unito Davide Vitale (andinista ed insegnante alla missione di Penas, La Paz) si sono spostati ad Alto Cruz Pampa, alle pendici del Chachacomani. Qui il giorno 5 giugno hanno realizzato la prima ripetizione della cresta sud ovest del Jaqusiri (5.900 metri). Dopo 2 giorni di riposo, sono ripartiti per il Gruppo Illampu Anchouma: scartato l’obbiettivo originale sul Pico de Norte per i grandi pericoli ambientali, il gruppo si è rivolto al monte Rumi Mallku (5.900 mt) dove, il giorno 11 giugno, è riuscito nell’intento di aprire una nuova via, denominata Mindfulness, sulla parte nord ovest e poi sulla cresta ovest.

Pubblichiamo l’intervista ad uno dei componenti del team, Enrico Rosso.

enrico rosso

Nome, professione, famiglia e passioni.

Mi chiamo Enrico Rosso, lavoro come responsabile commerciale del Caseificio Rosso, ho moglie e due figli. Da sempre la mia grande passione è l’alpinismo.

Che cos’è per te la montagna?
Vedo la scalata di una montagna sotto tre profili di ricerca ed espressione: sportiva, creativa e introspettiva. Per tutto questo il mio alpinismo si è rivolto principalmente a montagne belle dal punto di vista estetico, isolate, tecnicamente impegnative e con storie importanti e affascinanti.
Per le stesse ragioni ho scelto di tentarle in “stile alpino” e con spedizioni “leggere”: meno mezzi, gruppi piccoli, esperienze più profonde. Queste sono le ragioni che mi spingono alla ricerca dell’avventura sulle montagne.

Dedicare tempo e risorse all’attività alpinistica-esplorativa è per te una grande sfida: come vivi il rapporto tra le responsabilità del lavoro, della vita e l’istinto all’avventura?
Dedicare tempo e risorse all’attività alpinistica-esplorativa è oggi, per me, il migliore investimento. La pratica dell’alpinismo ha un effetto purificante, formativo e motivante che porto con me in termini di: equilibrio, lucidità e forza interiore per tutto il resto dell’anno.
Pratico la montagna da 35 anni e lì ho guardato – per utilizzare una frase della Yourcenar – “per la prima volta in modo consapevole dentro me stesso”… ed è diventata, quel luogo, la montagna, la mia patria. Potrei sicuramente forzare il mio istinto e farne a meno, in alcuni periodi i casi della vita me l’hanno imposto, ma è sempre una grande mancanza.

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Rumi Mallku (5.900 mt) in lingua Quechua significa Condor di Pietra. Mindfulness ha un dislivello di circa 500m e uno sviluppo di 700m. La salita sabato 11 giugno da: Antonio Zavattarelli (Padre Topio), Pietro Sella, Enrico Rosso. La via è tutta su terreno roccioso con difficoltà fino al 6a.

In che modo l’esperienza vissuta a livello mentale si traduce in apprendimento per il tuo lavoro?

La pratica dell’alpinismo è perfetta per formare un atteggiamento resiliente. La consapevolezza di avere una meta da raggiungere e di agire in un grande ambiente naturale, il viaggio lungo una parete che diventa un viaggio dentro se stessi in uno stato mentale spesso paragonabile a quello della meditazione. Sono il substrato ideale per la crescita di un atteggiamento resiliente che, negli anni, è diventato parte della mia personalità e strumento da utilizzare anche nelle difficoltà che il lavoro e la vita ci presentano.

In che modo l’impresa è stata un’impresa mindful?
L’alpinista che percorre una linea perseguendo una meta, specialmente durante lunghe salite in stile alpino, in alta quota, può recuperare il suo stato di animale in natura; e “naturalmente” si trova a dover affrontare senza filtri gli ostacoli che la montagna (una delle espressioni più selvagge e grandiose dell’ambiente naturale) gli oppone.
Le scalate sullo Jaqusiri e sul Rumi Mallku non sono state attività adrenaliniche ma un lento viaggio in una nuova dimensione verticale in cui l’ambiente, al contempo grandioso e ostile, ci ha indotti a uno stato che definirei di “accettazione, controllo e reattività”. In poche parole, ad un atteggiamento resiliente e uno stato di mindfulness.

Prossimi progetti?
Le idee sono sempre tantissime e come al solito il tempo è tiranno! Oggi più che mai faccio “slalom” tra impegni di famiglia, lavoro e realtà anagrafica (sigh!).
Intanto ho deciso di prendere in mano la penna per mettere ordine ad una gran quantità di immagini e appunti che ho raccolto nel corso di tanti viaggi. Ho iniziato dalla spedizione allo Shivling del 1986, una scalata innovativa per l’epoca, realizzata con Fabrizio Manoni e Paolo Bernascone, sulla quale sto scrivendo un libro.
In questo momento è in montaggio il film sulla spedizione in Bolivia appena conclusa e il prossimo anno mi piacerebbe tornare in Patagonia: da biellese è una terra a cui sono profondamente legato.

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