Pubblicato il: ven, Feb 26th, 2016

Invernale Nanga Parbat, la storia siamo noi

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Sono molti stanchi, fa sapere Igone dal campo base. Alex Txikon, Ali Sadpara, Simone Moro e Tamara Lunger hanno già raggiunto c4 (7.200 m). “Mi sento felice e soddisfatto, ovviamente, ma ammetto che il lavoro di oggi è stato molto difficile e lungo; il trapezio sommitale più ripido di quanto atteso e il terreno era “davvero” di ghiaccio sull’ultimo canalone”. Domani mattina inizieranno a scendere alle 10:00.

 

nanga parbat

 

Intanto vi proponiamo una scheda degli alpinisti che sono stati impegnati in questa spedizione invernale al Nanga Parbat.

 

nanga parbat

 

ALEX TXIKON

Txikon Alex è nato il 12 dicembre 1981 in una famiglia umile e grande. A 3 anni già avuto il primo contatto con la montagna, col fratello Javi che sarebbe responsabile del suo amore per la montagna.  Iscrittosi al Cai ha iniziato la sua attività su Pirenei ed Alpi; all’età di 17 anni ha viaggiato per le montagne del Pamir, e solo a 21 ha raggiunto il suo primo ‘Ottomila’, il Broad Peak (8.051m) in Karakorum (Pakistan).

Da allora ha partecipato a circa 30 spedizioni, ha coronato il 10 delle 14 vette più alte del mondo, e in particolare, come ama sottolineare, ha vissuto esperienze uniche in luoghi meravigliosi e circondato da persone altrettanto straordinarie.

 

txikon

 

Poi è iniziata per lui la fase delle invernali.  Ha effettuate molte salite di pareti nord, ha aperto nuove vie ed effettuato arrampicate in stile alpino sulle grandi pareti.

Alex Txikon pratica che base jumping; sostiene di essere un amante insaziabile di avventura, esplorazione, viaggiare e incontrare persone.

 

TAMARA LUNGER

Tamara purtroppo non ce l’ha fatta. E’ arrivata a poche decine di metri dalla vetta. Ma chi è Tamara Lunger? Così si presenta sul suo blog: “Sono nata il 06/06/1986 a Bolzano in Alto Adige. Sono la più grande di tre sorelle dei miei genitori Margareth e Hansjörg, cresciute a San Valentino in Campo. “Tamar” deriva dall’ebreo antico e significa “vita”.

Mio padre è un appassionato alpinista e scalatore, così già da bambina, nelle tante gite in famiglia, sono entrata in contatto con le montagne. Quando avevo due anni, mio padre incominciò anche a correre in bici, ottenendo pure tanti notevoli successi. Nei week-end, tutta la famiglia lo seguiva alle sue gare con tanta passione: si vede che sin da sempre l’agonismo ha fatto parte di questa famiglia!

 

tamara lunger

 

Dopo aver preso la maturità al liceo scientifico (con specializzazione nello sport) a Vipiteno ho fatto una formazione di istruttore fisico a Hall in Tirol in Austria e di seguito ho deciso di frequentare l’università di Innsbruck (Austria) per studiare scienze dello sport. Dal 1999 i miei genitori gestiscono il rifugio Schutzhaus Latzfonser Kreuz qui in Alto Adige, dove, quando ho tempo, cerco di dare una mano durante i mesi estivi. Il tempo trascorso su questo rifugio ha scatenato il mio entusiasmo per le montagne e con gli anni il desiderio di montagne alte è cresciuto sempre di più. Ne ho praticati tanti di sport diversi, pure l’atletica leggera (due volte vice-campionessa italiana nel lancio di disco), ma la mia passione mi ha sempre più trascinato verso la montagna, cosicché nel 2002 ho incominciato con lo scialpinismo e le prime gare scialpinistiche. Come membro della squadra nazionale sono riuscita a vincere tanti titoli importanti: tra questi campionessa italiana nel 2006 e 2008, vice-campionessa nel 2007, ho vinto la Pierra Menta nel 2007 e 2008 ed anche il titolo di campione del mondo sulla distanza lunga nel 2008. Ogni istante in montagna mi fa vivere più consapevole, più intenso, più riconoscente. Dopo le numerose gare di scialpinismo ho cercato nuove sfide in alta montagna. È proprio lì dove mi sento a mio agio, dove mi sento libera, dove vivo una sensazione indescrivibile di gioia e di soddisfazione. Lo scalare in montagna non è solo neve e roccia, per me è la mia ragione di vita che mi fa vivere in modo più consapevole, più intenso e più riconoscente ogni istante che posso spendere in montagna. Ma la montagna per me significa anche rendere una certa prestazione. Chi una volta ha annusato aria d’agonismo, cercherà per sempre di superare i propri limiti, di porsi nuove sfide e non importa che si tratti di un “più veloce”, un “più difficile” o un “più alto”. Nel mondo femminile esistono ancora grandi possibilità per me perché solo poche donne vogliono affrontare una spedizione sulle vette più alte del mondo. Ma come già detto, per me non conta il misurarmi con altre alpiniste, bensì la sfida con me stessa. Che cosa sarò ancora capace di raggiungere, quanto difficoltoso può diventare il tutto, fino a che punto saprò sopportare gli sforzi fisici e psichici?

Mi attira il nuovo, lo sconosciuto e tutto ciò che non tutti fanno. Non solo la conquista di nuove vie e montagne mai scalate saranno le mie mete, ma vorrei anche provare una combinazione tra lo scalare in quota e il base jumping, un sogno che ho da tanti anni. Osservo comunque ogni particolare dal punto di vista della sicurezza, perché devo essere ben sicura di una cosa per poi volerla provare.

Già all’età di 14 anni avevo in mente il pensiero di scalare un ottomila e da sempre avevo una certa idea di come doveva essere. Esattamente così fu nel 2009 durante il mio primo soggiorno in Nepal. Da lì le cose erano chiare per me: era questo che volevo nel mio futuro e nient’altro.

Le montagne sono una parte essenziale della mia vita. Se parlo della montagna, mi agito e sento la voglia di far di più. È una passione profonda dentro il mio cuore e la mia testa è la forza esecutiva e trainante che mi fa credere in me stessa e nelle mie capacità. Ovviamente ci vuole anche tanto allenamento duro e la convinzione di poter compiere cose impossibili.

Anche se le mie imprese in montagna non vanno sempre a finire così come le vorrei io, perché la montagna spesso ti pone dei limiti, sono comunque molto grata di ogni minuto che posso viverci. C’è sempre qualcosa di positivo dentro ogni cosa, la montagna mi istruisce e mi rimprovera, mi fa capire tante cose ed ogni tanto mi ferisce, ma ogni piccola cosa è sempre un arricchimento per la mia vita, ogni piccola cosa mi rinforza e mi fa maturare”.

 

SIMONE MORO

L’unico alpinista della storia ad avere raggiunto tre cime di 8.000 metri in completa stagione invernale (partendo dopo il 21 dicembre): il Shisha Pangma (8.027 m), il Makalu (8463 m) e il Gasherbrum II (8.035 m). Ed ora ne sono 4: Nanga Parbat (8.125 m). È salito sulla vetta di sette dei quattordici 8000 metri ed è arrivato quattro volte in cima all’Everest (8.848 m). Per due volte, nel 2013 e nel 2014, ha tentato la salita invernale al Nanga Parbat (Himalaya, 8.125 m) e nel 2012 ha tentato per la seconda volta il concatenamento Everest-Lhotse.

 

moro

 

Pilota di elicottero specializzato nel soccorso in Himalaya, nel 2012, ha effettuato un recupero in long line sul Tengkangpoche a oltre 6.400 m. Pratica inoltre il paracadutismo e il Wingsuit Skydive.

Ha praticato ogni forma di alpinismo: arrampicata su ghiaccio, misto, alta quota, dry tooling, arrampicata sportiva. Ha partecipato a gare internazionali di skyrunning e sci alpinismo.

Ha ricevuto il “Pierre de Coubertin Fair Play Trophy” dall’UNESCO, il “David A. Sowles Award”, dal segretario dell’ONU Kofi Annan e la Medaglia d’Oro al Valor Civile dal Presidente della Repubblica per il salvataggio estremo che ha operato sulla parete ovest del Lhotse (8516 m) in Nepal, da solo, con il buio, con un elevatissimo rischio di valanghe e senza ossigeno.

“Best of The Explorersweb” per la migliore impresa alpinistica e “Golden Piton” della rivista americana Climbing per la salita al Gasherbrum II. Autore di cinque libri. L’ultimo è “In ginocchio sulle ali” (2014). I suoi libri sono stati tradotti in inglese, in tedesco, in spagnolo e in polacco. Si è laureato con 110 e lode in scienze motorie.

Ha iniziato a praticare arrampicata all’età di 13 anni, cominciando sulle montagne di casa e spostandosi successivamente sulle Dolomiti. Nel 1985 ha cominciato a dedicarsi all’arrampicata sportiva realizzando nel 1987 la sua prima via di grado di difficoltà 8a e, nel 1989, circa trenta salite sino all’8b+. Nel 1990 parte per il servizio militare, frequentando il 138º corso AUC alla Scuola Militare Alpina di Aosta. Dopo aver terminato i sei mesi di corso come allievo, svolge il rimanente periodo di servizio con il grado di sottotenente degli Alpini. Al termine dei quindici mesi di servizio militare ritorna all’arrampicata ricoprendo il ruolo di allenatore della nazionale dal 1992 al 1996.

Nel 1992 inizia la sua esperienza di alpinista himalayano, diventata poi preponderante nella sua attività alpinistica. Ha realizzato oltre 36 spedizioni alpinistiche extraeuropee ed è giunto in cima a sette dei quattordici ottomila. Ha raggiunto quattro volte la vetta dell’Everest di cui ha anche compiuto la traversata sud-nord nel maggio 2006. Molte di queste ascensioni sono state compiute “in velocità”. Al suo attivo ci sono inoltre sei salite su cime di 7000 metri e altrettante su cime di 6000 metri. Ha compiuto inoltre altre salite nella stagione invernale, come quella sulla parete sud dell’Aconcagua nel 1993.

Nel 2001 tenta con Denis Urubko il concatenamento del Lhotse e dell’Everest. La notte prima dell’attacco alla vetta del Lhotse, mentre si trova in tenda a 8000 metri con Urubko e alpinisti di un’altra spedizione, riceve una richiesta di soccorso per Tom Moores, giovane scalatore inglese caduto dalla parete. Moro decide di partire, in solitaria e in notturna, alla ricerca dell’alpinista. Lo trova ferito, senza guanti e ramponi. Lo lega e tirandolo risale per 200 metri di dislivello per evitare di rimanere esposto alle valanghe, per portarlo poi sino alle tende. Per questo salvataggio Moro riceve nel 2002 la medaglia d’oro al valor civile e altri riconoscimenti. Il giorno successivo deve abbandonare la scalata del Lhotse a 8300 metri per le troppe energie spese nella notte. Urubko sale in cima al Lhotse da solo, ridiscende al colle Sud, ma poi in segno di amicizia verso Moro abbandona la scalata dell’Everest affermando poi: “Siamo un team, riproveremo insieme”.

Il 14 gennaio 2005, con il polacco Piotr Morawski, effettua la prima ascensione invernale dello Shisha Pangma, 8027 m.[6]

Il 1º agosto 2008, in compagnia dell’alpinista valdostano Hervé Barmasse, effettua la prima ascensione del Beka Brakai Chhok, montagna del Karakorum (Pakistan) alta 6940 m, dopo gli infruttuosi tentativi effettuati da spedizioni inglesi e neozelandesi.

Il 9 febbraio 2009, insieme al kazako Denis Urubko, realizza la prima salita invernale del Makalu, 8463 m s.l.m., uno dei sei ottomila ancora inviolati in inverno. La salita è effettuata in puro stile alpino e, in ragione della stagione, in condizioni avverse: vento gelido ad oltre 100 km/h e temperature fino a -40 gradi con 3000 metri di dislivello da superare a partire dal campo base avanzato (5400 m s.l.m.).

Il 2 febbraio 2011, sempre insieme a Denis Urubko e allo statunitense Cory Richards, realizza la prima salita invernale del Gasherbrum II, 8035 m s.l.m. La salita rappresenta anche la prima invernale di un 8000 del Karakorum. Con questa ascensione, inoltre, Moro diventa l’unico alpinista insieme ai polacchi Krzysztof Wielicki e Jerzy Kukuczka ad aver salito tre ottomila in prima invernale assoluta. Durante la discesa dal campo 1 al campo base, i tre alpinisti vengono travolti da una valanga sotto il Gasherbrum V. All’arrivo di quest’ultima i tre si siedono aspettando di essere travolti, per cercare di restare a galla, nuotando nella neve e senza respirare per evitare di inalare la polvere di ghiaccio. Moro riesce a liberarsi per primo e raggiunge ed estrae dalla neve i due compagni, riusciti a tenere fuori dalla neve solamente la testa. Sopravvissuti senza danni, rientrano al campo base.

Nel 2003, insieme a Jean-Christophe Lafaille, apre una nuova via sul versante Diamir del Nanga Parbat, ma deve ritirarsi prima della vetta a causa della scarsa acclimatazione.[18]

Ha tentato due volte l’Annapurna senza raggiungere la vetta: nel dicembre 1997, quando una valanga si porta via i suoi due compagni di spedizione, e nel 2004 quando deve ritirarsi a poca distanza dalla cima per problemi di salute.

Nell’inverno 2011-2012 tenta insieme a Denis Urubko la prima ascensione invernale del Nanga Parbat, tentando inoltre l’apertura di una nuova via. È costretto a rinunciare a causa del maltempo persistente e della gran quantità di neve fresca depositatasi sulla montagna.

Nella primavera del 2012 progetta di concatenare la salita dell’Everest e del Lhotse, sempre senza l’uso di ossigeno, ma vi rinuncia il 23 maggio a causa dell’eccessivo affollamento della montagna. C’erano infatti oltre 200 persone sulla via, il che la rendeva estremamente pericolosa.

Nella primavera 2013 è di nuovo sull’Everest per tentare la salita di una nuova via assieme a Ueli Steck e Jon Griffith, tuttavia il gruppo viene coinvolto in una violenta rissa con circa un centinaio di sherpa locali durante uno dei primi giorni di salita; in seguito a tale episodio (senza precedenti nella storia dell’alpinismo himalayano) il gruppo decide di sospendere la spedizione.

Nell’inverno 2013-2014 tenta la prima scalata invernale del Nanga Parbat, desistendo a 6500 metri dopo tre tentativi, effettuati in parte collaborando con una spedizione di polacchi.

 

MUHAMMAD ALI SAPDARA

Muhammad Ali “Sadpara” nato nel 1977 è il più forte scalatore del Pakistan. Ha raggiunto la cima di cinque dei quattordici Ottomila (Broad Peak, Nanga Parbat, G1 e G2; K2) oltre ad altre importanti arrampicate.

 

sapdara

 

Il soprannome “Sapdara” lo prende dalla cittadina dove è nato. Fino al 2000 ha vissuto estraendo marmo in Baluchistan e vendendolo a Karachi. Ma nel 1999 ha iniziato a lavorare a portare materiale e cibo per i campi base, poi ha iniziato a lavorare per spedizioni sino a diventare un alpinista.

 In una intervista dello scorso anno pubblicata sul sito di Alex Txikon diceva: “Mi sento sempre felice in montagna, da quando le ho conosciute ed iniziato a fare il facchino il mio sogno è sempre stato quello di scalarle. Oggi potevo fare facilmente soldi a Sadpara o in zona o anche a Islamabad ma mi sento più felice qui”.

 

fonte: siti web alpinisti – wikipedia

 

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