Abetina Reale

 

Una buona parte dell’alta Val Dolo fu ceduta da Gazzano al duca d’Este nel 1451 in cambio di privilegi fiscali: la residua foresta mista di abete bianco e faggio fu detta così abetina ducale o reale per 4 secoli, e sfruttata per il taglio con la costruzione di segherie. Dopo un secolo di proprietà privata, da 30 anni fa parte del demanio regionale, vero polmone verde del parco nazionale, ricco di storia e cultura. Ne esploriamo la vallata su sentieri frequentatissimi e tre rifugi, fino agli storici pascoli affacciati sulla Val d’Ozola, tra il Prado e il Cusna, con alcune varianti un poco più avventurose. Case di Civago sono forse il primo e più antico insediamento stabile della conca di Civago, cui ha dato il nome. Vi si giunge al termine della strada provinciale da Villa Minozzo a Civago, che poi prosegue al di sopra del centro (tabella stradale per Abetina Reale e San Leonardo con il simbolo di due escursionisti). Oltre le Case di Civago la strada prosegue altri 200 m senza asfalto, si può parcheggiare lungo questo tratto. Subito oltre le case, dopo 50 m di sterrato alcuni gradini a destra salgono ad una fonte molto considerata localmente per l’ottima acqua. Un’altra fonte si trova al termine della strada, scendendo per la carraia inferiore non segnata. Da Case di Civago 1046 m si prosegue fino al termine della strada sterrata 616978E-4900254N quindi con il sent. 605, che su carraia ne prosegue la direzione, risalendo la valle del Dolo. Si esce dal bosco per un bel percorso in mezza costa, tagliato in una grande paleofrana postglaciale di grandi massi di arenaria. Sul fondovalle scorre incassato il Dolo sul luogo dove fu impiantata una segheria dagli Estensi nel XVI sec. (ma era sulle mappe “Segha Nova”, quindi ve ne doveva essere una precedente). La forte salita successiva era stata selciata per mantenere saldo il fondo durante il continuo passaggio di muli e armenti. Anche se siamo sull’antica via delle Forbici, tali selciature non erano comuni nel Medioevo, e solo dopo il XV sec., con la pacificazione dovuta al dominio estense, iniziò a sorgere un villaggio sul Dolo, attorno al sito dell’antico Hospitale. Allora si rese più solida la mulattiera che lo collegava alla valle, mantenuta e migliorata fino all’abbandono a metà anni ’60. Il successivo passaggio di ruspe e trattori ha distrutto quasi completamente il selciato, che resiste solo in pochi tratti. Un tratto in piano raggiunge un bivio a 1210 m c. 616328E-4899828N, e qui continuiamo a seguire il sent. 605 diritto, in un tratto che mantiene il fondo della mulattiera, non allargato per i trattori. Poco dopo un tratto selciato ci si ricongiunge alla carraia 616179E-4899824N, accanto ad una sorgente, di solito attiva anche in estate. Poco dopo si giunge al bivio con il sent. 631 (1255 m c. 616019E-4899855N), che sarà il nostro ritorno. Tiriamo sempre diritto sul 605, e dopo altri 150 m ad un terzo bivio (1258 m 615859E-4899874N) scegliamo a sinistra il sent. 605A-691 per il vicino rifugio San Leonardo 1240 m 615678E-4899834N (0.50). Posto sull’antica via medievale romea per le Forbici, il rudere della Ca’ dal Pret, fattoria millesimata 1710, da decenni si stava disgregando quando un restauro da parte del Parco regionale nel 2003 lo ridiede a nuova vita come rifugio. A parte la copertura in ardesia ligure per la difficoltà a recuperare e posare le tradizionali piagne in arenaria locale, i volumi e i materiali sono stati mantenuti vicini ad un ipotesi di originario Hospitale medievale. Risulta già da tempo funzionante in un documento del 1181, al servizio dei pellegrini verso Roma assieme al gemello S. Maria della Buita sul versante garfagnino delle Forbici. La leggenda a dire il vero lo vorrebbe sepolto sotto una grande frana, ovviamente causata dal diavolo, e solo la notte di Natale se ne sentirebbero le campane…ed ha un fondo di verità, poiché infatti nel 1445 l’ospizio risulta già in rovina, cessati i pellegrinaggi e subentrati gli Estensi nella vallata. La fattoria infatti data a inizio ‘700, quando attorno ad essa crescevano gli insediamenti del “Dollo” sotto la spinta demografica. Il prete di Civago don Rossi si fece poi donare casa e terra attorno, in memoria della storia millenaria dell’hospitale, dall’ultimo duca Francesco V nel 1849, in visita a Civago. Appena in tempo, perché 10 anni dopo il nuovo regno d’Italia si disfece rapidamente del resto della valle, svendendola a privati. Di qui il nome di Ca’ dal Pret, e per 100 anni ancora i terreni furono coltivati, bestiame e pascoli furono condotti da mezzadri per conto della parrocchia, fino all’abbandono nei primi anni ’60, proprio attorno al centenario della cacciata degli Estensi. Una cappella dedicata a S. Leonardo è stata ricavata a fianco al rifugio, dove già un matrimonio si è celebrato, a suggello del ritorno della vita in un territorio abbandonato a se stesso tra la fine del mondo agricolo e l’inizio di una nuova forma di vita quassù. Solo 12 posti-letto, una piccola cucina, il rifugio è concesso in autogestione da ottobre a maggio e custodito in estate (Tel. 338/4532324 – 0522/431875, www.rifugiosanleonardo.it – info@rifugiosanleonardo.it). Da S. Leonardo scendiamo in breve al vicino Dolo, che si supera su una passerella allestita dai gestori del rifugio (o a guado se il fiume ha nel frattempo prevalso…), e subito oltre 615592E-4899821N lasciamo a sinistra il sent. 691 per le Forbici e imbocchiamo a destra il sent. 605A, che segue il corso del Dolo. Seguendo i segnavia percorriamo piacevolmente a saliscendi le fresche rive del torrente sul versante in cui si sono conservati grandi esemplari di abete bianco. Presso una passerella (a destra, ma noi non la attraverseremo) 615000E-4900205N, ci si ricongiunge con il sent. 605, e si inizia a salire sulla sinistra tra gli abeti quasi centenari (risalgono qui alle piantagioni degli anni ’20), superando il Dolo di nuovo su ponticello in legno. La salita che ora affrontiamo inizia aggirando un grosso masso spaccato in due: si tratta di un trovante ofiolitico, di origine vulcanica, rimasto nelle argille e marne sul fondo marino dopo un’eruzione, poi eroso anch’esso dai ghiacciai e rotolato fino a spaccarsi dopo una caduta dovuta all’erosione fluviale seguita allo scioglimento dei ghiacci. Se ne troveranno ancora salendo, di massi ofiolitici, ma non così evidenti e spettacolari. Intanto tra abeti bianchi e rossi, qualche frassino e sorbo, alcune piccole radure e il termine della salita, raggiungiamo un bivio evidente: a sinistra si giunge in breve al Rif. Segheria, ma consigliamo a destra il sentiero natura di Prato Grande, allestito nel 1985 e segnato in azzurro. Da poco riaperto da parte dei soggiorni Fare per Capire del Parco Nazionale, allunga di 30′ il percorso ma offre l’occasione per osservare l’espansione della foresta e la trasformazione del paesaggio. Il sentiero sale gradualmente a destra a mezza costa nella faggeta, inframmezzata da sorbi degli uccellatori, fino ad un colletto a 1412 m 614715E-4900460N, oltre cui si volta bruscamente a sinistra (diritto la vecchia mulattiera per Civago è interrotta da una grande frana, che ha ingoiato la passerella in legno gettata negli anni ’80). Ora si serpeggia tra abeti bianchi e poi rossi, su un pianoro che lascia a destra le ripide scarpate erose sul substrato argilloso dal T. Lama. In cima al tratto di abete rosso si volta sulla destra a guadare un ruscello 614689E-4900748N , e si risale a sinistra dribblando piccoli abeti: sarebbe questo il Prato Grande? Ebbene sì, negli anni ’50 vi sorgeva maestoso un solo abete bianco forse centenario, ma già a metà anni ’80 tra l’erba della radura si notavano piccoli abetini in crescita. Oggi potete individuare subito il grande abete 614687E-4900797N, ma i piccoli sono cresciuti, ormai in competizione con il faggio, che sta entrando nell’ex-radura, assieme a frassini, pioppi, betulle… Oltre l’abete si volta a sinistra su una carraia che guada di nuovo il ruscello e procede nell’abetaia ad alto fusto, e dopo altri piccoli fossi risale sulla strada forestale 614578E-4900591N, che a sinistra in pochi minuti raggiunge da monte il rifugio Segheria 1410 m 614267E-4900407N (1.10-2.00). La lunga storia della segheria coincide con quella dell’intera Abetina Reale, che i duchi d’Este possedettero per 4 secoli. Fu forse nel XVIII sec. che fu impiantata qui la nuova segheria dal primitivo luogo più a valle, ma l’aspetto attuale degli edifici risale ai primi decenni del XX sec. Dopo l’alienazione a privati fatta dai Savoia appena ereditata la tenuta, le varie società che si sono succedute fino all’ultimo privato Orlando Armenti sfruttarono a pieno le risorse di legname della foresta, riproducendone la materia prima con piantagioni, soprattutto dopo le due guerre, che richiesero una distruzione quasi totale. La segheria offriva lavoro a oltre 1000 operai ogni estate, con mensa, forno, cappella e baracche in legno come dormitori. La centralina idroelettrica dagli anni ’50 forniva elettricità (prima le seghe erano a mano o idrauliche). Il legname veniva esportato per fluitazione lungo il Dolo in epoca estense, poi verso la strada delle Radici in Garfagnana con alcune teleferiche. Dal 1920 fu aperta la strada dal Casone per le Forbici, e negli anni ’50 alcuni stradelli risalirono lungo la foresta, ma i muli e i carbonai frequentarono l’area fino all’abbandono nel 1965. Dopo 10 anni la Regione Emilia-Romagna acquistò la tenuta, ma ci vollero altri 6 anni per risanare e attrezzare la vecchia segheria come rifugio: appena in tempo… Dal 1982 ad oggi si sono avvicendate molte gestioni ma i 40 posti-letto e la grande sala con camino sono ormai un richiamo in ogni stagione (Tel. 0522/817222 – 338/8482715, www.rifugiosegheria.it – info@rifugiosegheria.it). Lasciamo il rifugio Segheria risalendo la strada forestale a monte del piazzale imboccandola a destra dietro il rifugio, ma fatti pochi metri imbocchiamo a sinistra il sent. 605 diretto al rifugio Battisti. Tra abeti bianchi e faggi si sale su mulattiera e tratti della camionabile selciata degli anni ’50, lasciando poco dopo a sinistra il laghetto artificiale che alimenta la centralina idroelettrica del rifugio. Ancora 100 m a monte e al cartello di inizio del sentiero “Pincelli” 605B 613656E-4900864N lasciamo il sent. 605 per i segnavia di quest’ultimo sulla sinistra attraverso la faggeta. Il sentiero è dedicato ad Olinto Pincelli, alpinista ed escursionista reggiano vissuto durante quasi tutto il XX secolo, pioniere delle scuole di alpinismo, della rete dei sentieri segnalati, del Soccorso alpino in questa parte di Appennino, oltre ad aver partecipato alla lotta di Liberazione, ed aver “allevato” generazioni di appassionati di montagna e di escursioni, di storia e di natura. Presto guadiamo ancora il Rio Torlo e iniziamo a risalirne il corso con qualche tornante su una scarpata morenico rivestita da faggeta, uscendo poi con un traversone a sinistra sul fondo della Valle dei Porci 1629 m 613397E-4900840N (0.40-2.40). In cima ad un gradone morenico ci si aspetta una conca di origine glaciale, e infatti sbuchiamo su una radura allungata verso destra, antico lago glaciale, poi torbiera, divenuta forse con lo zampino dell’uomo un pascolo, e infine oggi assediata dall’espansione della vegetazione arborea, con arbusti pionieri e piccoli faggi, salici, sorbi. Sullo sfondo si apre ormai la Valle dei Porci, dominata dalla parete E del M. Prado, anticamente denominato M. Crosta, forse dovuto all’aspetto che presenta da qui: una superficie rugosa di arenaria quasi verticale, solcata da canali erbosi (o innevati). A sinistra si innalza il Sassofratto, a destra il più erboso M. Cipolla, mentre una splendida fioritura tra giugno e luglio riveste i fianchi della valle. Su questa radura non è difficile, giungendo in silenzio, sorprendere caprioli, cinghiali o mufloni al pascolo. E proprio il cinghiale, chiamato allora Porco Cengiaro, diede nome alla valle, i cui pascoli erano affittati ai pastori di Soraggio con un orso vivo, poi un cinghiale, e man mano che si estinguevano, un porco domestico di almeno 200 libbre, e alla fine il duca si accontentò anche di ducatoni sonanti… Nella carta Baldelli-Fontana (1690 c.) il nome Valle dei Porci era estesa a tutta l’alta Val Dolo, mentre l’ultima volta che è comparso, nella carta IGM del 1878, è riferita alla sola alta valle del Rio Torlo, dalla Segheria al piede del Prado. Poi è sparito dalla carta successiva del 1936, ma tanti nomi poco raffinati sono stati allora eliminati o trasformati dalla censura. Risaliamo tutta la radura allungata verso NW, attraversando il ruscello asciutto e proseguendo in salita tra macchie di faggio seguendo i segnavia. Dopo una decina di minuti un bivio ci immette sul sent. 633, che a destra ci fa guadare l’ultima volta il Rio Torlo presso le Fontanacce 1669 m 613206E-4900966N. A dire il vero le sorgenti del Torlo, dette da tutti del Dolo, sono poco a monte, tra i grandi massi accumulati dai ghiacciai. Qui la visione dell’anfiteatro E del Prado è ancora più ravvicinata, distinguendo i diversi canaloni percorsi in inverno con piccozza e ramponi o con gli sci. Il vallone è frequentato in estate dai mufloni, e non è percorso da alcun sentiero, essendo da anni inserito in zona A del Parco regionale. Proseguiamo verso N con il sent. 633, che risale il versante SE del M. Cipolla, poi percorrendone il fianco a mezza costa su quota 1720 m c., superando una piccola vena d’acqua stagionale (sorgente è ormai un termine troppo grosso…) e numerose microfrane dovute al peso dell’innevamento primaverile degli ultimi anni. Usciti 613024E-4901596N su una vecchia carraia dismessa (era stata aperta negli anni ’60 per ricostruire il rifugio Battisti), poco dopo confluisce da destra il sent. 605 (quota 1754 m 613010E-4901654N), e dopo pochi minuti si sbuca su una strada forestale 613019E-4901754N, si segue in breve a sinistra e si raggiunge il valico di Lama Lite 1771 m 612959E-4901789N (0.40-3.20). Anticamente denominata Lama dei Caprai, questa sella pascoliva era importantissima per l’economia dell’allevamento ovino, che pur documentato qui solo dal XV sec., era probabilmente praticato fin dalle genti liguri. Da una mappa del XV sec,. pare che qui vicino vi fosse una “guaita”, postazione di guardia, detta “guaita Fazolis” (Alpe Fazola o Faggiola” era denominato il massiccio del M. Prado). Era forse giustificata con l’importanza dei pascoli e la convergenza di confini tra le varie comunità di tre valli (dominate allora da feudatari diversi, tra cui i Fogliani, probabili gestori della postazione, e i Dallo), oltre ai vicini lucchesi in Garfagnana. La dedizione di tutti i territori agli Estensi durante lo stesso secolo fece venire probabilmente meno la necessità della torretta di guardia. Ma trovandosi comunque sul confine tra i pascoli assegnati a Soraggio in Garfagnana, a Gazzano in val Dolo e ad Asta in val Secchiello, la sella fu chiamata poi comunemente Lama della Lite, per le secolari contese di confine che impegnarono a più riprese ufficiali, agrimensori e notai mandati dal Duca d’Este. Il valico è dominato dal ripido M. Cipolla, anticima del M. Prado; verso E scende la val Dolo, chiusa a S dal Sassofratto e dal M. Giovarello, a N dalla catena Vallestrina-Ravino; in fondo spunta il massiccio del M. Giovo e ancora più lontano la catena Libro Aperto-M. Cimone. Ad W, dietro la val d’Ozola dominata dal Cusna si susseguono il M. Sillano, il Cavalbianco, La Nuda, l’Alpe di Succiso e in poche giornate limpide si stagliano lontane le vette del M. Rosa e del Cervino. Si apre la visuale sulla Val d’Ozola: voltiamo a destra sullo stradello diretto al Rif. Battisti, ma si scende dopo pochi metri a sinistra su sentiero ben evidente (segnavia 605), che aggira sul versante Ozola il colle con la bandiera del rifugio sul versante W. In breve si raggiunge a mezza costa il Rifugio Cesare Battisti 1751 m 612835E-4902132N (0.10-3.30). Il più antico e frequentato rifugio dell’Appennino reggiano fu costruito nel 1925 come rifugio dall’UOEI (Unione Operai Escursionisti Italiani) di Reggio Emilia, poi fu ceduto alla sezione reggiana del CAI per non farlo incamerare dal Dopolavoro fascista. Durante la guerra fu utilizzato dalle formazioni partigiane e incendiato tra l’8 e il 9 agosto 1944 durante le rappresaglie nazi-fasciste. I ruderi furono abbattuti per la ricostruzione da parte del CAI di Reggio Emilia nel 1968 e nel luglio 1970 fu inaugurato il nuovo rifugio. Raggiunto poi da strade forestali di servizio, fu dotato di radiotelefono nel 1979 e di celle fotovoltaiche per l’energia elettrica nel 1983. Tra il 2005 e il 2007 è stato ampliato con una nuova ala verso monte, che favorisce la possibilità di accoglienza (i posti-letto disponibili sono ormai 40). Oltre a fungere da posto-tappa per la Grande Escursione Appenninica, il Garfagnana Trekking e il Sentiero Spallanzani, richiama escursionisti da molti sentieri d’accesso, e spesso viene raggiunto in mountain-bike, a cavallo o con gli sci da escursionismo attraverso le strade forestali; costituisce un ottimo punto d’appoggio per lo scialpinismo e per l’alpinismo invernale e le escursioni ai gruppi del Monte Prado e del Monte Cusna. L’apertura è in genere continuativa tra giugno e settembre, nei fine settimana del resto dell’anno. In caso di chiusura resta aperto uno spazioso locale invernale in legno con 8 posti (Tel. 0522/897497 – 349/8382733, www.rifugiobattisti.it). Dopo la sosta si prenda la stradina di accesso al rifugio, che contorna il poggio su cui sventola la bandiera, costituito da marne e argille calcaree (che potete eventualmente salire per un punto panoramico più elevato). Lasciato a sinistra il sent. 615 per il Passone, torniamo a Lama Lite, e iniziamo la discesa lungo la strada forestale a sinistra. Lasciato a destra il sent. 605-633 da cui eravamo saliti, manteniamo la strada per altri 100 m c., e troveremo a sinistra il sent. 631 che si stacca in discesa tra la brughiera a mirtillo e ginepro 613130E-4901760N. Imboccatolo, lo si segue costantemente, mentre entra nel ceduo a faggio, sfiora una decina di piazzole di carbonaia (sono state le ultime ad essere utilizzate negli anni ’60), e serpeggia ancora tra gli abeti sparsi della valle del Rio Lama. In discesa incrociamo due volte i segnavia azzurri del sentiero natura C dello Spicchio (il primo torna a destra al rif. Segheria, il secondo abbrevia l’itinerario attraverso il suggestivo Fosso del Lupo). Abbreviati tre volte i tornanti della strada forestale, alla quarta la seguiamo per 100 m a destra, poi attenzione a sinistra ai segnavia che riprendono a scendere tra gli abeti bianchi 614049E-4901907N. Tra vallette e traversi si lascia a destra l’arrivo del sentiero natura C dal Fosso del Lupo, e infine una breve discesa attraversa il Rio Lama 614311E-4901777N. Oltre il guado un bellissimo tratto a saliscendi ci porta al parcheggio del ponte Rio Lama 1492 m 614410E-4901336N (0.50-4.20). Si segue per 100 m la strada a sinistra in salita, e a destra trovate di nuovo i segnavia 631, che proseguono discendendo in una faggeta, e dopo il bivio con il sent. 631A con un bellissimo scorcio sopra una frana in evoluzione: si può ammirare come il Calancone sia ancora attivissimo nella sua parte inferiore, dove il Rio Lama sta scalzando la base tenera del M. Ravino. Ultima bella vista panoramica sull’Abetina Reale, poi superiamo il bivio con il sent. D 1513 m 615013E-4900875N e proseguiamo diritto in discesa sul 631, superando il Calancone e scendendo progressivamente verso SE il versante sinistra della Val Dolo. Dopo alcuni minuti, superato un fosso, iniziano a fiancheggiare la mulattiera file di faggi, apparentemente “naturali” e disordinati, invece piantati e capitozzati ad arte per mantenere salde le scarpate del piano di calpestio, trattenendo la terra dei campi soprastanti, e difendendo quelli sottostanti. Stiamo percorrendo infatti la via centrale e vitale di un paese intero, sia pure stagionale, Case del Dolo sulle carte, Dùll in dialetto. Intanto si notano le prime case, o meglio ciò che ne resta dopo quasi 50 anni dall’abbandono: una in particolare sopra la via era ancora completamente coperta ancora a metà anni ’80, quando fu segnato il sentiero, le altre si indovinano appena nelle fondamenta. Scendendo e superando la parte alta del borgo detta Pianella sulle carte, si raggiunge il “centro” più popoloso un tempo, dove si notano ancora i terrazzamenti dei campi di cereali, e dove la mulattiera compie una svolta a destra in discesa: tra i ruderi delle case crescono sambuchi e lamponi, piante nitròfile e tipicamente ruderali, mentre tra una casa e l’altra ancora svettano i ciliegi, unica pianta da frutto che sopravviva. Vi è l’ipotesi che l’insediamento potesse essere un tempo stabile tutto l’anno, come erede dell’hospitale dopo il XV sec, anzi poteva essere l’originario insediamento di Civago, fondato da famiglie di origine toscana, poi sceso nella conca sottostante, in area più favorevole, per il raffreddamento del clima a fine ‘500. Tuttavia fino a fine XVIII sec. abbiamo notizia di altri insediamenti, in Appennini ed Alpi, poi abbandonati in inverno a partire dalla piccola età glaciale napoleonica (durata per tutto il XIX sec., quando era normale sopra i 1200 m la neve da metà settembre a giugno). Il vicino borgo di Monteorsaro resistette a 1240 m, in esposizione meridionale come questo. Infatti la costruzione di una casa con il millesimo di inizio Settecento può far pensare ad un insediamento stabile, mentre le testimonianze orali più recenti riferiscono di capanne stagionali, per il raccolto di cereali estivi (segale marzaiolo, scandella) e il pascolo. D’altra parte vedremo tra poco una monumentale aia per la battitura del grano fatta di pietre gigantesche, un’opera che sembra sproporzionata per poche famiglie nei tre mesi estivi. Dopo il bivio con il sentiero della Cavallina, il sent. 631 confluisce di nuovo nel sent. 605 (bivio a 1255 m c. 616019E-4899855N, dove eravamo saliti all’inizio, che prendiamo a sinistra. Ma dopo poco 616179E-4899824N lo lasciamo per mantenerci a sinistra sulla carraia che sale leggermente superando una vena d’acqua. Subito si scollina e inizia la discesa: allora vedrete a sinistra la grande aia sospesa a terrazza, recentemente ripulita dai rovi da un soggiorno Fare per Capire promosso dal parco nazionale: ora appare ancora più impressionante, con le lastre di arenaria rese piane e con la superficie livellata, le fessure chiuse con pietre piccole e un tempo con argilla compattata per non perdere neppure un chicco prezioso. Poco dopo la carraia si riunisce al sent. 605 con un tornante: siamo ancora al bivio a 1210 m c. 616328E-4899828N, e scendiamo di nuovo sul sent. 605, fino quasi al parcheggio, quando poco prima a destra 616874E-4900134N troviamo un sentiero evidente che si infila nella faggeta recentemente sfoltita, sempre in discesa parallela al Dolo. In pochi minuti vi troverete in un angolo d’altri tempi: una Maestà in marmo incastrata un faggio secolare e una fonte, con il Dolo che rumoreggia tra i massi appena sotto. In estate troverete molte grigliate in opera, visto che il parcheggio si trova appena sopra. Se non avete l’auto al termine della strada (la carraia vi sale poco dopo), subito dopo la fonte voltate a destra 616968E-4900198N: il sentierino prosegue lungo il Dolo con vario ed interessante percorso, che scoprirete passo passo dai campi abbandonati ai guadi, alla faggeta, alle siepi arbustive, fino a salire sotto un muro di cemento di fronte al piccolo borgo di Case di Civago 1036 m 617294E-4900842N (1.10-5.30).

fonte: parcoappennino.it

© 2014, ALL RIGHTS RESERVED.

Scheda Itinerario

  • Luogo: Civago - Case Fioravanti, 42030 Civago RE, Italia 
  • Regione: Emilia Romagna 
  • Provincia: Reggio Emilia 
  • Difficoltà: T/E 
  • Punto di Partenza: Case di Civago 1046 m 
  • Punto di Arrivo: Case di Civago 1046 m 
  • Dislivello: 750 mt 
  • Sentiero n°: 605 - 605A - 633 - 631, in parte azzurri 
  • Tempo di percorrenza: 5,30 ore 
  • Lunghezza:
  • Altitudine massima: 1771 mt 
  • Periodo consigliato: da giugno a novembre 
  • Tipo di via: normale 

Leave a comment

XHTML: You can use these html tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*