Bocco e Malpasso

 

Il Malpasso era forse il punto più alto e duro della traversata del passo di Lagastrello o di Linari, frequentato dai pellegrini per Roma nel Medioevo e nei secoli successivi dai mercanti tra i versanti padani e liguri, tanto da essere ricordato come il valico di transito della “via del Sale” dal mare verso Parma. Ma le merci più tassate erano oggetto di contrabbando per evitare i continui confini di Stato che si intersecavano, e Malpasso poteva essere anche il più alto percorso che seguiremo qui, al riparo del guardie. Ripide salite e discese su un solitario e poco frequentato percorso tra le sorgenti dell’Enza e del Taverone, dalle forti suggestioni storiche, ma anche uno dei più panoramici del Parco nazionale. Dal Passo di Lagastrello 1198 m si scende lungo la strada provinciale in direzione Aulla verso la profonda valle del Taverone. Ma al primo tornante si segue a destra il sent. 110. Poco a valle si notano lungo la strada i ruderi dell’alpeggio che sorse sul sito dell’Abbazia medievale dei SS. Salvatore e Giacomo di Linari, sorto su un ramo della via di pellegrinaggio per Roma tra Parma e Lucca. Suggeriamo di compiervi una breve deviazione scendendo ancora lungo la strada asfaltata (possibile scorciatoia per vecchi sentieri inerbiti) fino ad avvistare a valle della statale i ruderi dell’Abbazia di Linari 1088 m (0.20). In realtà i resti che si stagliano contro la profonda vallata del Taverone sono in gran parte quelli di insediamenti rurali che fino a pochi decenni fa avevano ereditato il sito dell’ospizio medievale abbandonato già dal XVI sec. Tuttavia le fondamenta, alcune strutture murarie, e soprattutto diverse iscrizioni e bassorilievi su pietre di recupero, visibili fino a pochi anni fa (la vicinanza della strada purtroppo ha favorito vandali e trafugatori) testimoniano il fulgido passato dell’Abbazia, forse più estesa e ridimensionata da frane. Intitolata ai Santi Bartolomeo e Salvatore, l’Abbazia fu forse fondata e comunque amministrata nei secc. XI-XIII dai Cavalieri di Altopascio, che gestivano molti ospizi sulla Via Francigena dai valichi a Lucca ed oltre, prosperando sui pellegrini per Lucca e Roma. Questo periodo vide la supremazia dei Lucchesi sulle valli del Taverone, soppiantando gli antichi feudatari Estensi e Malaspina ed i Vescovi di Luni. Al collasso lucchese del XIV sec. seguirono feroci lotte per il valico tra i Malaspina, i Visconti, i genovesi e i Medici, che infine ebbero il valico e l’Abbazia, ma non tutta la valle del Taverone, che tornò in gran parte agli Estensi con Varano e Tavernelle. Al termine del XV sec. il Medioevo termina e con esso l’epoca d’oro dei pellegrinaggi, e la via di Linari diviene arteria commerciale (Rigoso fu fiorente mercato). L’abbazia fu abbandonata per secoli e i potenti benefici e terreni trasferiti a Fivizzano, capoluogo fiorentino in Lunigiana. Risaliti di nuovo al tornante dove si staccava il sent. 110, lo imbocchiamo, superando stazzi di pastori. La mulattiera risale la valle del Torrente Taverone di Tavernelle guadandolo due volte (esso segna il confine tra i comuni di Comano e Licciana e un tempo tra gli Stati Fiorentini ed Estensi) sino alla sua testata, tra castagni, radure e infine faggi, per raggiungere infine il crinale appenninico alla Foce Branciola 1682 m 587910E-4911370N (2.00-2.20). Il toponimo è inesistente sulla cartografia attuale, ma riportato sulla “Disposizione” emanata dallo stato Parmense il 7 gennaio 1829 sulla collocazione dei termini di confine: “Termine n° 123, posto come sopra sul crine del Monte nella Foce, luogo detto Branciola, (quarto di triplice confine) ove lasciato l’Estense, incomincia il Toscano col Territorio Fivizzanese, seguitando sempre il ridetto Comune di Monchio Parmigiano”. Qui infatti si incontrano oggi tre comuni e due regioni, ma fino al 1847 erano tre Stati. Appena a monte del valico vero, verso il M. Bocco (poi vedremo perché) si trovano ancora oggi ben due cippi confinari di epoca diversa. Il più riconoscibile, cilindrico, è il n° 123 della serie numerata del 1828 e porta tre iniziali, una per ogni stato: P per Parma sul lato di Prato Spilla, M per Modena sul lato S, e T per Toscana sul lato E (vi sono anche le incisioni dell’esatto confine, ma la pietra è stata leggermente girata). Oggi il triplice confine si riferisce ancora ai comuni di Monchio, Licciana e Comano, eredi degli stati preunitari. Il secondo cippo, piatto e rettangolare, pare più antico, la fattura sembra risalire al sec. XVII, e porta da un lato lo stemma dei Medici, infatti estinti nel 1737 (analogo ad uno osservato qualche anno fa presso Bagnone datato al XVII sec. ed oggi asportato), e dall’altro uno stemma assomigliante ad un’aquila, che si trova sul lato di Parma, ma si ritiene possa trattarsi dell’aquila estense, anche qui forse con una rotazione del cippo dovuto, speriamo, al lento scivolamento del versante (infatti tentativi di asportare i cippi sono stati recentemente sventati). Anche in base ad uno studio di una mappa seicentesca condotta da Rinaldo Parmigiani, il cippo riguardava solo gli Stati Estense e Fiorentino, mentre il confine con Parma era affidato ad una croce su un masso vicino. I cippi si trovano un po’ spostati dal valico perché da esso non si poteva forse traguardare il versante della Cima Canuti attraverso cui il confine tra Parma e Toscana passa in linea retta (ne vedremo la pietra confinaria corrispondente). Il valico, largo ed erboso, costituiva sicuramente un passaggio facile e frequentato da pastori e contrabbandieri. Si compie ora una breve digressione verso sinistra (direzione S), salendo direttamente con il sent. 00 la vicina vetta tondeggiante del M. Bocco 1790 m 587673E-4911083N (0.10-2.30). Posto al vertice meridionale di un angolo del crinale, il M. Bocco è costituito da un altopiano ondulato, cosparso di depositi glaciali e arenarie affioranti, intervallati da vallette erbose, poche ma sufficienti a richiedere un confine ben definito per i pascoli contesi da sempre. Infatti sulla vetta troviamo un cippo confinario del 1894, ormai in epoca di massimo demografico per i paesi che vivevano di pastorizia, che divide i comuni di Licciana e Monchio. Dalla vetta si stacca verso S un crinale secondario che precipita con alcuni balzi in fondo al Taverone, tra i borghi ben visibili di Taponecco e di Tavernelle. Da qui sembra proprio che il crinale principale dovesse proseguire verso SE, saldandosi direttamente alla Punta Buffanaro, ma che l’erosione del Taverone l’abbia portato via, lasciandovi unico resto l’isolato e piramidale M. del Giogo. Ancora dotato di grandi radar, relitti di una base NATO smantellata dopo il 1989, che per decenni aveva con la sua luce notturna fornito un punto di riferimento, dopo due decenni di abbandono attende ancora tempi migliori. Tornati alla Foce Branciola si prosegue sul sentiero, sempre marcato 00, in direzione NE, che ora affronta la tormentata dorsale di Cima Canuti. Subito una bella salita alla prima cima, senza nome e quotata 1738 m, poi un passetto a 1690 m quindi un tratto su roccette affioranti e stratificate, da aggirare sull’uno o l’altro versante (attenzione con il bagnato) porta ad una seconda vetta senza nome a 1735 m. Discendiamo ora ad un altro passetto un po’ più elevato (1689 m), da cui una traccia di greggi (da non seguire) scende a sx verso un ripiano pascolivo ondulato e modellato su grandi depositi morenici (laghetti in periodi piovosi). Una risalita più erta conduce infine a Cima Canuti, ma subito prima della prima anticima 1742 m 588889E-4911728N si nota sul crinale un grosso masso naturale, ma inciso dall’uomo, che ne ha ricavato un cippo confinario, probabilmente molto antecedente la confinazione del 1828, forse riferibile alle dispute sui pascoli del Padule nel XVII sec.: si nota la linea di confine incisa, mentre lettere e sigle sono appena accennate, ormai lisciate dagli agenti atmosferici e dai licheni (neanche da dire, la linea retta incisa è allineata con il cippo della Foce Branciola, ben visibile). Superata l’anticima, si sale la vetta di Cima Canuti 1743 m (1.00-3.30). La vista sul Lago Paduli (formato artificialmente nel 1905) e sul massiccio dell’Alpe di Succiso è spettacolare da tutto questo lungo crinale, ancora utilizzato per la pastorizia, anche se molto meno di un tempo. Si notano infatti piante come i lamponi sulla vetta e sul crinale, ed altre erbe nitrofile, indice di bestiame numeroso, nel caso ovino. Tutta la dorsale aveva nome di Paitesi, poi scomparso dalle carte con l’avvento dei rilievi topografici dell’Italia unita. In discesa verso N, si oltrepassa un valico a quota 1698 m 589195E-4911823N (a sinistra il sent. 703A scende al piccolo Lago Palo, ben visibile da un po’) e si prosegue ancora lungo il crinale 00 fino al vicino M. Malpasso 1715 m (0.20-3.50). Il panorama si apre a N, visto che qui lo spartiacque appenninico precipita a destra verso il Passo del Lagastrello, 500 m più in basso, mentre il più evidente crinale Enza – Cedra scende a N verso Rigoso, altrettanto in basso. Il toponimo ha sostituito M. Paitesi per trasferimento dal Malpasso, che si riferiva al vicino valico frequentato dai contrabbandieri, o probabilmente al passaggio della via di Linari, o via del sale, che aveva il suo tratto più alto e pericoloso proprio sotto questo versante, tra Rigoso ed il Lago Squincio, ancora oggi confine regionale. Il sent. 00 scende lungo il crinale E fino a che non sprofonda oltre un poggio: allora si scende il ripido versante NE, entrando nella fitta faggeta cedua, e senza tregua la discesa termina solo al Passo della Sasseda 1470 m 590165E-4912266N, dove si incrocia a sinistra il sent. 703 per Prato Spilla. Dopo un’eventuale salita tra le grigie roccette dell’arenaria macigno sulla vetta del M. Sasseda o Belvedere 1511 m in 10′, si prosegue invece a destra verso S con il sent. 00: in breve si discende un valloncello ad anfiteatro di origine glaciale, rivestito di faggi. Poi con una discesa ulteriore In fondo al vallone si raggiungono le rive del Lago Squincio 1239 m. (1.10-5.00). Il lago funge da secoli da confine tra Emilia e Toscana (prima del 1860 tra gli stati parmense e fiorentino). Di origine glaciale, ma in procinto di divenire torbiera, Il lago fu sbarrato nei primi del ‘900 per aumentarne l’invaso e arricchire d’acqua le centrali idroelettriche di Rigoso e Isola. Oggi ha una superficie quasi circolare, di circa 200 m di diametro e una profondità massima di 3 m. Dal lago si segue ora lo stradello (sempre segnato 00) che pianeggia a mezza costa verso SW, alto sul grande invaso del Lago Paduli, anch’esso frutto delle opere idroelettriche del 1905. Tra le faggete e le radure si giunge infine al Passo del Lagastrello 1198 m (0.30, 5.30). A 100 m sulla sx si trovano 2 ristoranti-bar con vendita di prodotti alimentari della Lunigiana. Chi abbia ancora tempo, può andare a cercare le sorgenti dell’Enza, a monte del Lago Paduli. Si prende la strada provinciale per Comano in salita, ma si volta a sinistra alla prima carraia che scende verso il lago. Giunti sulle sue sponde, a volte lontane in caso di livello basso, le si seguono a destra fino alla foce dell’immissario: si tratta del T. Enza, appena nato, quindi si può risalire a piacere il ruscello fin sotto il Passo del Giogo.

fonte: parcoappennino.it

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Scheda Itinerario

  • Luogo: Località Vigna D'Alto, 1, 54013 Fivizzano MS, Italia 
  • Regione: Toscana 
  • Provincia: Massa Carrara 
  • Difficoltà:
  • Punto di Partenza: Passo di Lagastrello 1198 m 
  • Punto di Arrivo: Passo di Lagastrello 1198 m 
  • Dislivello: 750 mt 
  • Sentiero n°: 110, 00 
  • Tempo di percorrenza: 5 h 30 m 
  • Lunghezza:
  • Altitudine massima: 1790 mt 
  • Periodo consigliato: da giugno a ottobre 
  • Tipo di via: normale 

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