Monte Cisa e Monte Prampa

 

Il Monte Cisa e il Monte Prampa si vedono da tutta la Val Secchia, sporgendo alti dai crinali principali, e sembrano proteggere dalla tramontana il borgo di Monteorsaro, il più alto insediamento storico della valle. Vasti panorami quindi, e grande interesse geologico e paesaggistico, con percorsi su antichi pascoli contesi per secoli. Monteorsaro 1242 m è il centro abitato permanente più elevato della Val d’Asta, ben raccolto ai piedi del M. Prampa, e fino a pochi decenni fa viveva quasi esclusivamente di pastorizia: a parte alcuni orti vicino al borgo, la quota permetteva a poche coltivazioni di essere redditizie, prima la segale e altri cereali poveri, poi solo le patate. Invece grandi spazi offrivano i pascoli ricavati dalle pendici delle vette circostanti, anche se ora li troverete invasi da arbusti spinosi e cespugli che preludono al ritorno del bosco dove era stato eliminato da molti secoli. Monteorsaro si raggiunge da Villa Minozzo per la bellissima strada comunale per Santonio e Coriano (vivamente raccomandata anche se stretta) o per la provinciale per Asta e Febbio fino in cima a tutte le frazioni. Dal rifugio Monteorsaro 1278 m, posto poco sopra il borgo e raggiungibile a piedi dal centro o in auto sulla strada per il Passo della Cisa, si discende a lato del rifugio proseguendo lungo l’antica mulattiera che entra dall’alto nel borgo di Monteorsaro 1252 m (segnavia 621). Al primo bivio tra le case si volta a destra sempre su stretta carraia, che presto assume il segnavia 609 ed esce dal paese varcando su ponticello un rio profondo (Fosso della Fusina), proveniente dal Passo della Croce, si sfiora un poggio panoramico sulla valle con croce, poi si prosegue in mezza costa verso SW tra antichi coltivi divisi da siepi ormai invadenti. La risalita pian piano diviene ripida ma sempre ben marcata da tracce di antichi passaggi secolari di greggi verso i pascoli del Cusna. Ad un bivio si sale a destra seguendo i segnavia, poi dopo aver risalito una costa si prosegue a sinistra verso la faggeta (i due sentieri non segnati collegavano Monteorsaro con altri boschi e pascoli). Seguiamo sempre i segnavia sulla bellissima mulattiera storica attraverso un rado bosco di querce, aceri e frassini con saliscendi, fino a guadare a 1325 m il Rio Candia (che quando attraversa Roncopianigi prende nome di Rio tra le Case) in un bellissimo punto tra marne erose dall’acqua. Si inizia subito a salire sul versante opposto, dove cambia tutto: esposizione, ora a settentrione, vegetazione, dalle querce ai faggi, e rocce, dal flysch calcareo alla morena di arenarie silicee. Il Rio Candia si è infatti infilato in una faglia geologica preesistente. La mulattiera che percorriamo era l’accesso principale dei pastori di Monteorsaro ai pascoli del Cusna, ai piedi e in cima alla vetta. Infatti Monteorsaro viveva di pastorizia più di tutti gli altri borghi della valle, e i suoi pascoli si estendevano su tutti i versanti del Cusna, la cui vetta non è mai stato un confine, apparteneva alla comunità di Febbio, di cui era parte Monteorsaro: ancora oggi il comune di Villa Minozzo comprende anche tutto il versante verso l’Ozola, fino quasi al limite del bosco. La salita continua nella faggeta, e termina su un incrocio con il sent. 619 (1480 m 612478E-4907156N, 0.50). Proseguiamo invece a destra per una carraia in salita, poi a mezza costa segnata con il 609: dopo alcuni ruscelli , una vecchia cabina della linea elettrica e l’incrocio con il sentiero 623A, la carraia sale fino a sbucare su un tornante della strada forestale. A sinistra ci conduce in pochi minuti al Passo della Cisa 1547 m 611748E-4907608N (0.20-1.10). Siamo sul crinale tra le valli dell’Ozola e del Secchiello, e voltando a destra ne seguiamo il filo verso N, lungo una traccia di sentiero poco battuto ma ben visibile, e recentemente segnato con il numero 623. Dopo alcuni saliscendi affrontiamo di petto la ripida costa SW del M. Cisa, formata da strati di argille, marne e arenarie stratificate (formazione Marne di Marmoreto, unità di M. Modino). Tra la vegetazione arbustiva la traccia di sentiero è evidente e dopo alcuni strappi ci si trova ad affrontare il gradino superiore, una soglia di arenaria più alta, che costituisce la vetta del M. Cisa 1701 m 612002E-4908096N (0.50-2.00). Ovviamente il panorama spazia sulle alte valli d’Ozola, Secchia, Secchiello e Dolo, con le quinte successive di tutte le principali vette dell’Appennino tosco-emiliano. La particolare inclinazione degli strati ci fa appoggiare su un lembo di rocce che si immergono verso N e che si interrompono bruscamente sulla cima, come se la loro prosecuzione verso il vicino M. Cusna fosse stata interrotta dal profondo passo della Cisa sottostante. E infatti la storia geologica fu proprio quella… Ora ci accingiamo a scendere sul crinale opposto, verso N, e percorrendo il dorso degli strati non è più così chiaro quale è il crinale vero: il sentiero (sempre segnavia 623) scende lungo radure e lembi di faggeta su terreno meno ripido del versante S, e modellato da ghiacci in avvallamenti, dossi arrotondati. Seguite i nuovi segnavia in direzione NNE verso il massiccio M. Prampa, mentre un crinale ben marcato condurrebbe verso NW in modo ingannevole. Tra faggi si si giunge alla depressione del crinale tra i due monti, detto Passo della Croce 1545 m 612398E-4908622N (0.20-2.20), su cui transita anche il sent. 621, proveniente direttamente dal rif. Monteorsaro. I due segnavia sono comuni per poco lungo il crinale, ma quando scende a sinistra il sentiero 621, imbocchiamo decisi il sentiero 623, chiaro e battuto, che esce dalla boscaglia e sale diretto per la dorsale erbosa verso il M. Prampa. La salita è decisamente meno impressionante di quella al M. Cisa, merito anche della diversa formazione rocciosa (l’abbiamo cambiata proprio al passo della Croce): siamo ora sulle torbiditi liguri dell’unità del M. Caio, un flysch di arenarie, marne e argille anch’esso, ma molto più antico del Modino (sui 70 m.a.). Costituisce oltre al Prampa tutta la dorsale che scende verso il Secchiello, alla nostra destra, con la bianca parete del M. Torricella, e oltre la valle, si rialza nell’analogo M. Penna. Ovvero, quando i ghiacciai e i fiumi ne hanno inciso gli strati, il Flysch di M. Caio resiste strenuamente, mostrando pareti possenti come poche altre formazioni, ma quando lo si lascia in pace, come sul pacioso M. Prampa, allora permette ettari di verdi pascoli e faggete… Senza troppa fatica ci troviamo infine in vetta al M. Prampa 1698 m 612738E-4909098N (0.30-2.50). Facile a dirsi, ma quale sarà la vera cima, in un altopiano ondulato pieno di piccoli avvallamenti, crestine, dossi? Infatti la quotazione più elevata non corrisponde al punto trigonometrico, posto in una cima più riconoscibile, ma quotata 1687 m, posta poco a N del punto più elevato, segnato da una piccola croce in legno (che non garantiamo in piedi…). Il panorama è analogo al M. Cisa, ma più aperto verso valle, dominando decine di paesi di tutta la Val Secchia, proteso com’è verso la collina e la pianura. Va da sé che quando è limpido la cerchia alpina si vede proprio tutta, dal Monviso alle Dolomiti… Ora pensiamo a scendere: con nuvole non è facile, ma il nuovo sentiero 623 è evidente e palinato. Si scende per circa 500 m e 100 m di dislivello, finché non si incontrano i primi faggi sulla sinistra del sentiero: a destra , siamo a 1600 m 613066E-4909439N, un sentierino (segnavia 621B) appena accennato si stacca e inverte direzione, dirigendosi a SW scendendo ad un alpeggio (evidenti abbeveratoi piegati dalle frane). Attraversato un ruscello con una fonte (un tempo perenne) si scende verso un rudere evidente posto su un ripiano dei pascoli al piede orientale della vetta. Si tratta di una capanna costruita negli anni ’60 come “moderno” alpeggio per sostituire le capanne precarie tradizionali (1563 m 613145E-4909197N , 0.40-3.30). Qui si nota come a questa altezza era sorto un alpeggio stagionale per sfruttare al massimo i vasti pascoli di vetta, d’altra parte contesi a lungo tra i pastori di Coriano, Febbio, Piolo: nel 1683 ben 250 pecore furono rubate dai pastori di Piolo a quelli di Febbio, con immaginabili strascichi giudiziari e di fatto… Si segue sempre il sentierino che scende affacciandosi poi sul costone SE al di là del quale si abbraccia la val d’Asta dominata dalla catena del Cusna. Si continua a scendere lungo la costa in dir. SE fino ad entrare nella faggeta, seguendo sempre la traccia più battuta con varie svolte in discesa tra vecchi pascoli invasi da ginepri. Giunti a quota 1350 m si seguono sempre i segnavia nella faggeta a saliscendi, lasciando a sinistra l’antica mulattiera per Coriano. A quota 1312 ci si affaccia di nuovo sul versante di Monteorsaro in un vasto rimboschimento a conifere, soprattutto pino nero, impiantato negli anni ’50 e ’60 sui pascoli più erosi e a protezione dei paesi. Il sentiero continua a scendere di traverso fino a sbucare sulla strada forestale di Passo Cisa poco a monte di un tornante (1250 m 613641E-4908339N): da qui a destra si raggiunge in pochi minuti il rif. Monteorsaro, punto di partenza (1.00-4.30).

 fonte: parcoappennino.it

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Scheda Itinerario

  • Luogo: Via Francesco Petrarca, 3, 55030 Metello LU, Italia 
  • Regione: Emilia Romagna 
  • Provincia: Reggio Emilia 
  • Difficoltà: EE 
  • Punto di Partenza: Rifugio Monteorsaro 1278 m 
  • Punto di Arrivo: Monteorsaro 
  • Dislivello: 600 mt 
  • Sentiero n°: 609, 623, 621B 
  • Tempo di percorrenza: 4,30 ore 
  • Lunghezza:
  • Altitudine massima:
  • Periodo consigliato: da maggio a ottobre 
  • Tipo di via: normale 

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