Monte Cusna

 

Il Monte Cusna si può affrontare da diversi versanti, ma questo è il più classico, da nord, dove salivano le greggi di Monteorsaro e Roncopianigi, e poi anche i primi “alpinisti” cittadini nei primi decenni del XX secolo. Da qui i 1000 m di dislivello incutono rispetto, e così i valloni del Rio Grande e degli Arati, le pendici della Borra e del M. Contessa, con il “naso” del Gigante sempre alto e possente.
Roncopianigi è una bella borgata montana della Val d’Asta, situata poco oltre Febbio, sulla strada per Monteorsaro. Raccolto attorno all’oratorio seicentesco, dedicato a don Battista Pigozzi, originario del borgo, che cadde nella strage nazista di Cervarolo. Notevoli sono la vicina casa Pigozzi (a valle della via principale) e quella poco avanti a monte, con portali di arenaria, bassorilievi zoomorfi e nicchie votive. Meno danneggiato del vicino Febbio dal terremoto del 1920, ne conserva tuttavia edifici inchiavardati e ricostruzioni con le file di mattoni alternate alla pietra. Si parcheggia all’ingresso del borgo, di fronte al ristorante.
Attraversato tutto il borgo di Roncopianigi 1093 m, e al bivio in uscita dalle case, si segue a destra in discesa la carraia segnata 609 per Monteorsaro. In breve scendiamo così nell’alveo del Fosso della Fusina presso un crocicchio di carrarecce 1080 m 613736E-4907543N. Guadando il rio proseguiamo a sinistra sul sent. 609 che inizia a salire ripidamente lungo la sponda opposta del torrente, e presto esce sulla costa aperta e brulla (antica paleofrana) che ci mostra in alto il borgo di Monteorsaro dominato dai monti Cisa e Prampa. Usciti sulla strada a valle del borgo, si prende a destra per pochi metri e a sinistra si sale nel centro del paese di Monteorsaro 1242 m (0.30).
Centro abitato tradizionale più elevato della Val d’Asta, e di tutto il territorio del Parco nazionale, ben raccolto ai piedi del M. Prampa, fino a pochi decenni fa viveva quasi esclusivamente di pastorizia. A parte alcuni orti vicino al borgo, la quota permetteva a poche coltivazioni di essere redditizie, prima la segale e altri cereali poveri, poi solo le patate. Invece grandi spazi offrivano i pascoli ricavati dalle pendici delle vette circostanti, anche se ora li troverete invasi da arbusti spinosi e cespugli che preludono al ritorno del bosco dove era stato eliminato da molti secoli.
Attraversando il borgo, si seguono sempre i segnavia 609, uscendone verso ovest. Poco prima di uscire dalle case si nota a destra una carraia in salita segnata 621 che in pochi minuti porta al Rifugio Monteorsaro 1278 m. Si sale poi a monte del rifugio sulla strada forestale soprastante imboccandola a sinistra. La seguiamo per 10′, lasciando poi a destra i segnavia 621 che salgono e proseguendo sulla strada fino al primo tornante 1408 m 612323E-4907744N: da qui si segue diritto il sentiero 623A che tagliando i tornanti segue un’antica mulattiera per i pascoli del Cusna. Incrociato il sentiero 609 612047E-4907473N si sale sempre dritto sul segnavia 623A, tagliando ancora tornanti della strada forestale, percorsa ora dal sentiero 623. In ultimo si segue a sinistra l’ultimo tratto di strada bianca (il vecchio tratturo proseguiva diritto, ma non è ancora stato ripristinato). In breve si esce dalla faggeta, la strada termina e poco dopo a quota 1685 m 611350E-4906698N si lascia a destra la carraia che con il numero 625A prosegue verso i Prati di Sara. Seguiamo a sinistra il sentiero 623 che punta alla vetta del Cusna tra pascoli erosi lungo il confine tra i comuni di Ligonchio e Villa Minozzo. All’incrocio della sella delle Prese 1768 m 610922E-4906162N (1.10-1.40) il confine scende in val d’Ozola e noi seguiamo ora a sinistra il sentiero 625, che continua invece a seguire il crinale nord del Cusna.
La prateria scalinata dal secolare pascolamento delle greggi, terminato solo da una ventina d’anni, ha oggi lasciato il campo alla ricostituzione di una prateria più omogenea. Nella salita, sempre seguendo i segnavia, si percorre il crinale spartiacque tra la val d’Ozola e la Val d’Asta. Alcuni “salti” e altrettanti ripiani sono dovuti all’erosione selettiva delle varie rocce che costituiscono questo versante, con stratificazioni di arenarie, marne chiare, argilliti più scure, bluastre o rossastre, che danno uno spettacolo sempre diverso.
Dopo alcuni tratti su affioramenti rocciosi ma sempre ben percorribili si raggiunge infine la cupola pascoliva e la vetta del M. Cusna 2120 m 611121E-4904976N (1.20-3.00).
Nome di origine etrusca secondo alcuni (dal patronimico-na), darei più fede a chi lo fa risalire ai secoli bizantini, dai termini greci “exochon”, prominente, o più verosimilmente “Cùsinon”, oggetto appuntito, termine sopravvissuto in Abruzzo per utensili casalinghi: lo confermano i documenti dei secc. XV-XVI che lo scrivono “Cùxini” e “Cùsina”. Affacciandosi sul versante meridionale la parete precipita verso la Val dOzola, sostenuta dagli strati di arenaria (detta di M. Modino), che sui immergono a NE, quindi abbiamo dolcemente risalito il loro dorso. La prateria sommitale era fino a pochi decenni fa completamente ricoperta da spinacio selvatico (Chenopodium bonus-henricus), specie nitròfila, che cresce abbondante dove si fermano le greggi: scomparse quelle, addio spinaci! …anche se in pochi li raccoglievano, dato il terreno cosparso di escrementi. Ora invece da quasi due decenni si svolge in luglio un pernottamento di massa in sacco a pelo in vetta aspettando l’alba, con Messa ai piedi della croce, eretta nel 1948. Il panorama si stende su tutto l’arco alpino se limpido, o almeno sulle vette dell’Appennino tosco-emiliano e sulle Alpi Apuane. La vetta è sicuramente la più frequentata di questa fetta di Appennino, il richiamo del più alto è irresistibile, anche se qualche eccesso viene da bici e moto, o da escursionisti improvvisati ingannati dal facile accesso in seggiovia al vicino Sasso del Morto. Il morto in questione era il gigante, o meglio un pastore molto grosso venuto da lontano e stabilitosi in Val d’Asta per proteggere i pastori locali dai soprusi e dai pericoli, dai lupi e dagli orsi: un gigante buono, che però invecchiava anche lui, e morendo si distese a proteggere ancora la valle da lassù, formando il torrente Secchiello con le sue lacrime. Poi ci sono altre versioni meno melense e più movimentate, ma anche i più anziani di adesso non ci credevano più neppure da bimbi…Infatti le raccolte di leggende risalgono agli anni ’60 e ’70, raccontate dagli anziani di allora, che hanno potuto sentirle ai primi del XX secolo.
Quando ritenete sia ora di scendere, imboccate il sentiero 619, a destra del percorso fatto, lungo il crinale NE. Dopo 400 m circa, al bivio con i sentieri 607A e 617 a destra presso un grosso masso (1960 m c. 611298E-4905354N), proseguiamo diritto con il sentiero 619 e iniziamo a scendere lungo il crinale in direzione NE. Alla nostra destra si nota il vallone glaciale della Borra, e a monte un circo glaciale sospeso ai piedi del Sasso del Morto. Più in basso si innalza alla nostra destra un poggio sporgente, in gran parte rivestito dal bosco, con la vetta allungata in diverse gobbe pietrose: è il M. Contessa.
La leggenda che ne svela l’origine prevede un antico castello distrutto, suggerito dall’aspetto simile a rovine degli strati di arenarie spaccati e accumulati dai ghiacci e da millenni di gelo invernale. Castello abitato da una contessa un tempo guerriera e crudele, ma sul punto di chiedere perdono al Papa tramite un frate. Fu troppo tardi: il frate di ritorno da Roma trovò solo rovine fumanti, i potenti briganti che infestavano la zona avevano distrutto il castello con la polvere esplosiva, sterminando tutti, furiosi per non aver trovato il tesoro supposto. Leggenda che richiama echi di Matilde (sec. XI) al tempo invece del bandito Amorotto (sec. XVI)…e lascia speranze di arricchirsi ai posteri! Intanto vi è istituita una zona A del parco a riserva naturale, dove plausibilmente è proibito scavare…
La discesa è su prateria, un tempo brucata ma oggi fiorita, soprattutto tra giugno e luglio, tra ondulazioni modellate dai ghiacciai. Il guado del Rio Grande 1582 m ci fa entrare nella faggeta, e poco dopo si vede appena sotto il sentiero a destra il ricovero Rio Grande 1588 m 611924E-4906587N, sempre aperto e costruito negli anni ’60 per i pastori dagli enti pubblici e restaurato dal parco regionale negli anni ’90. Lasciato a sinistra il sent. 619B si prosegue la discesa su largo tratturo nella faggeta alle falde della Borella, fino ad un incrocio con il sent. 609 (1480 m 612478E-4907156N, 1.50-4.50).
Manteniamo invece il sentiero 619 a destra in discesa, lasciando diritto il tratturo tradizionale per Monteorsaro e seguendo ora il vecchio sentiero dei guardafili della linea elettrica da Ligonchio a Firenze, costruita negli anni ’20. Scende con diversi tornanti sempre in vista della linea elettrica, fino a che non si nota un bivio a quota 1225 c. : si scende a sinistra sul sentiero 619A e in breve si esce dalla faggeta su vecchi campi coltivati ormai preda di arbusti pionieri spinosi. Raggiunto il sentiero 609, possiamo salire in breve a destra poi a sinistra su prati alla Peschiera Zamboni 1152 m 613543E-4906776N (0.30-5.20), rinomato e storico ristorante con pesca trote, che fu per decenni anche rifugio CAI, quando la strada si fermava molto più a valle.
Per lo stradello di accesso alla peschiera o per il sentiero 609 si raggiunge in breve di nuovo il sottostante borgo di Roncopianigi (0.10-5.30).

fonte: parcoappennino.it

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Scheda Itinerario

  • Luogo: Via Roncopianigi, 4, 42030 Roncopianigi RE, Italia 
  • Regione: Emilia Romagna 
  • Provincia: Reggio Emilia 
  • Difficoltà: EE 
  • Punto di Partenza: Roncopianigi 1093 m 
  • Punto di Arrivo: Roncopianigi 1093 m 
  • Dislivello: 1100 mt 
  • Sentiero n°: 609 - 623A - 623 - 625 - 619 
  • Tempo di percorrenza: 5 h 30 m 
  • Lunghezza:
  • Altitudine massima: 2120 mt 
  • Periodo consigliato: da giugno a ottobre 
  • Tipo di via: normale 

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