Monte Ventasso

 

Ci si avvicina dal dolce valico di Pratizzano all’isolato M. Ventasso, uno dei più panoramici e caratteristici del versante emilano del parco. Si erge come una piramide tra le vallate dfel Secchia e dell’Enza, ben lontano dal crinale ma di aspetto severo e dalle spiccate morfologie glaciali. Il Lago Calamone, o del Ventasso, ha questa origine, come la torbiere che lo contornano, mentre le possenti arenarie della vetta contrastano con le argille e calcari circostanti, rivestite da faggete e radure a pascolo.
Dal Rifugio Pratizzano 1203 m, posto al margine della piana ricavata dal prosciugamento di una antica torbiera (sulle carte IGM fino al 1936 denominata Lago di Pratizzano), seguiamo i segnavia 667A che risalgono sulla strada provinciale, la seguono per 70 m a destra poi salgono a sinistra su carrareccia verso N.
Siamo sulla antica “via Parmesana” che da Parma conduceva a Sassalbo e Fivizzano in Lunigiana attraverso la valle dell’Enza, della Lonza e il Passo dell’Ospedalaccio. La sua importanza era tale che su di essa passava il confine ducale tra Parma e Modena, ed ancora oggi tra i comuni di Ramiseto e Collagna. Inoltre secondo il progetto dell’ingegnere ducale Bolognini di fine XVIII sec. la futura via militare di Lunigiana (attuale Statale 63) doveva passare proprio di qua, dalla Sparavalle per Montemiscoso e Borra Scura (Pratizzano era parmense) per seguire la vecchia via Parmesana. Poi il tracciato fu spostato ad est per allontanarsi dai confini parmensi, qui come tra Casina e Felina: si sono scelti tortuosi e costosi tracciati per motivi strategici e militari che dopo pochi anni sarebbero stati sbaragliati dalle armate napoleoniche e poi dall’Italia unita. La via è profondamente incavata nelle argille, dopo secoli di passaggi di muli e bestiame. La grande varietà vegetazionale ne fanno un percorso didattico ideale, dove la faggeta cedua si alterna a salici nella aree umide, ginepro e rosa nelle radure inselvatichite, conifere nei rimboschimenti.
Attraversati alcuni ruscelli, si lascia il percorso storico (che proseguiva diritto lungo i cartelli che oggi delimitano il parco nazionale) e si sbuca sulla strada nella vasta torbiera denominata Borra Scura 1265 m (0.20).
Nonostante sia la sorgente dell’Andrella, culla del “piuvanìn”, il piviere di Pieve S. Vincenzo, cuore religioso della parmensi Valli dei Cavalieri, fu assegnata a Vallisnera e quindi ancora oggi al comune di Collagna.
Si segue la strada a sinistra per 150 m costeggiando la torbiera, e varcato il Rio Andrella 600230E-4915270N voltiamo a destra su carraia iniziando a risalire i fianchi della valletta ad anfiteatro. Tra faggete e radure si scavalca la costa che divide i bacini dell’Andrella e della Lonza, percorrendo tratti di mulattiere antiche, radure a pascolo e rimboschimenti forestali dai decenni scorsi, fino ad attraversare le piste da sci, e salire presso l’arrivo di una sciovia sul panoramico crinale detto Pastorale 1491 m (0.40-1.00) 601611E-4915115N , di fronte alla vetta del Ventasso, da qui imponente ma molto dolce.
Se si vuole rientrare subito sul percorso di ritorno a Pratizzano, basta salire a destra oltre la sciovia per aggirare poi a sinistra un poggio e incontrare dopo 10′ 601611E-4914890N i segnavia 667 che a destra in discesa percorreremo dopo la vetta del Ventasso, tornando alla partenza in un’oretta.
Si prosegue scendendo lungo i dolci pascoli sul lato opposto del crinale, e facendo attenzione ai segnavia per imboccare dopo 100 m la carraia di destra: scende in una valletta delimitata a destra da un fitto rimboschimento a conifere. In estate troveremo facilmente gruppi di cavalli al pascolo, in primavera e in autunno i colori più belli.
Costeggiando il rimboschimento, poco prima di un cippo in legno con il numero 13 (punti d’osservazione di sentieri-natura dell’ex-Parco regionale, ormai abbandonati da un decennio) si può compiere una breve deviazione 601847E-4914922N a destra sul bordo del Lago Verde, in realtà bella e nascosta torbiera di origine glaciale. Circondato da un rimboschimento a conifere impiantato negli anni ’60, appare oggi come un piccolo stagno residuo, quasi asciutto in estate ma ancora ricco di vegetazione tipica di zona umida, attorniato da conifere abbattute e rami caduti.
Si torna nella valletta, che il sentiero attraversa ora sul fondo, anch’esso antica torbiera, bonificata per farne pascoli: si notano i fossi diritti di drenaggio sulla destra. Attenzione sul fondo della piana per la ovvia assenza di segnavia: il sentiero prosegue a sinistra della valletta ma senza salire per la carraia. Si infila 602070E-4915055N il sentierino a mezza costa che aggira un poggio e in vista del Lago Calamone scende in una radura. Una ripida discesa a destra ci porta (un eventuale filo elettrico per i cavalli va superato facilmente) ad intersecare lo stradello (602036E-4915259N segnavia 661-667) sulle rive del Lago Calamone 1398 m (0.30-1.30).
Di origine glaciale, fu creato da esarazione glaciale favorita dalla faglia tra le arenarie della vetta (unità di Monte Modino) e le più tenere ed antiche argille e calcari sottostanti (Unità di Canetolo). Sopravvisse allo stadio lacuale per lo sbarramento di una lunga e tortuosa morena, oggi ricoperta da faggete e rimboschimenti a conifere. Denominato da sempre Lago del Ventasso, solo a fine XIX sec. apparve sulle carte come Lago Calamone, toponimo derivato secondo lo storico Giulio Cavalieri dal nome greco-bizantino delle canne palustri (kalamòn). Scandagliato persino da Lazzaro Spallanzani nel 1762 per sfatare le credenze di gorghi comunicanti con gli abissi marini (che lo trovò profondo al massimo 14 braccia), nel 1956 fu rialzato dalla Forestale di almeno 2 metri e ampliato con un piccolo sbarramento artificiale sull’emissario, il T. Lonza, portando la profondità massima a circa 13 m. Fu iniziata un’opera di rimboschimento dei pascoli circostanti, fino ad allora ombreggiati solo da pochi faggi secolari, in parte ancora esistenti sebbene quasi soffocati dall’avanzata del bosco negli ultimi 3 decenni. Le aree umide in corrispondenza dell’immissario maggiore e soprattutto nella riva meridionale del lago (dove siamo giunti con il nostro itinerario) presentano una vegetazione di grande interesse botanico, che alle comuni canne palustri (Carex sp.) e all’Eriophorum angustifolium, presenta anche Menyanthes trifoliata, Pinguicula vulgaris, Ranunculus trichophyllus e soprattutto due orchidacee rare, Dactylorhiza praetermissa e Dactylorhiza incarnata. Tra la fauna lacuale si distinguono la biscia dal collare (Natrix natrix), il tritone crestato (Triturus carnifex), il gambero di fiume, oltre a rospi e rane, trote e tinche.
Si può proseguire attorno alle rive del lago sia verso destra che sinistra: a destra si supera il capanno forestale, il rifugio Venusta (bar ristorante stagionale) e l’immissario, seguendo poi la riva orientale. Verso sinistra si va a superare tra faggi secolari il ponticello-diga dell’emissario e si percorre la riva occidentale lungo la morena fino all’estremità settentrionale del lago 602317E-4915421N. Il sentiero 663 prosegue poi in salita verso E tra grandi faggi e bosco ceduo,
Dopo un tratto nella faggeta si attraversa una grande pietraia di origine glaciale, che forma archi morenici dovuti ad almeno due stadi del ritiro del ghiacciaio. Si notano qui alcuni esemplari di abete bianco autoctono, presente in zona fin da epoche remote, poi soppiantato dal faggio per i mutamenti climatici e per il taglio selettivo dell’uomo.
Dopo tratti in faggeta tra detriti morenici risaliamo sulla costa NE del monte, presso un bivio 603209E-4915404N : si tiene sempre il 663 a destra, attraversando il ripido versante detritico esposto a settentrione, che il sentiero attraversa in genere liberato e messo in sicurezza ogni anno ad inizio estate.
Un bel panorama si apre sulla media val Secchia, sui gessi triassici e sulla Pietra di Bismantova, sulla dorsale M. Fosola – M. Valestra. Superati alcuni canali detritici si entra di nuovo in una faggeta cedua impostata su grandi massi di crollo. La vegetazione arborea associa al faggio alcuni arbusti meno comuni, come un caprifoglio (Lonicera alpigena), un ribes (Ribes alpinum) e l’olivello (Daphne oleoides).
Presto si entra nella radura dove sorge l’Oratorio di S. Maria Maddalena 1501 m (0.50-2.20), sorto su un ripiano naturale per secoli sfruttato a pascolo e oggi in gran parte rimboschito a conifere.
Antico romitorio femminile medievale, fu più volte restaurato o ricostruito, l’ultima volta dopo la distruzione operata dai tedeschi nel 1944, per eliminare un rifugio strategico alle formazioni partigiane. Il culto di S. Maria Maddalena fu ostacolato dopo la Controriforma e relegato a piccoli oratori di altura (addirittura in questo caso con proibizione del 1650 da parte del Vescovo di celebrarvi Messa nei giorni festivi). Rimase tuttavia molto sentito dalla popolazione, che qui diede appoggio ad un eremita questuante nel XIX secolo che custodisse l’oratorio, mentre da tempo immemore la sagra del 22 luglio (spostata alla domenica successiva già dal XVIII sec. per sfida alla proibizione) richiama una grande folla da ogni paese circostante: il grande falò (oggi sarebbe proibito…) che si faceva era in diretta visuale con quello acceso sulla vetta del M. Valestra, anch’esso sede di un’ Oratorio di S. Maria Maddalena e di una sagra lo stesso giorno (anche se oggi a volte si scelgono domeniche diverse). Un masso appena fuori dall’edificio si dice rechi l’impronta della schiena della Santa. Sul retro è sempre aperto un piccolo bivacco a due piani curato dall’Associazione Nazionale Alpini.
Dall’Oratorio si imbocca il sent. 661 che in dir. NW sale ad affrontare il versante settentrionale dei “Denti della Vecchia”, sfiorando una costa panoramica con un tornante. Aggirati in salita le torri di arenaria che danno il popolare toponimo, il sentierino, stretto e piuttosto esposto, risale sul crinale, tra detriti e depressioni glaciali.
Ora si risale l’anticima detta localmente “Grotta delle Fate”, dovuto a una leggenda su due fantasmi spaventosi che esigevano offerte da parte dei pastori per lasciarli in pace. Dopo la vera tragedia della guerra ’15 – ’18 che portò lutti in quasi tutte le famiglie, le leggende furono ridimensionate alla vera e prosaica storia e i due briganti sparirono senza lasciar traccia.
Dopo una leggera discesa si risale il cupolone erboso della vetta vera e propria del Monte Ventasso 1726 m (0.40-3.00).
La posizione isolata ne fa un osservatorio privilegiato sulle alte valli del Secchia e dell’Enza, con qualche scorcio attraverso la depressione dei passi Cerreto e Ospedalaccio verso il Mar Ligure, oltre naturalmente all’intera cerchia alpina se limpido. Costituito da una possente stratificazione di arenarie sedimentarie (Unità di Monte Modino, sotto-unità Ventasso), precipita sul versante Secchia a reggipoggio per centinaia di metri sui borghi di Nismozza e Aquabona, più dolci i versanti occidentali e meridionali, rivestiti di faggi e radure. Attorno alla vetta una bella fioritura primaverile di crochi, genziane e rose accoglie i numerosi escursionisti. Sulla vetta fu posta una croce a ricordo di tre alpinisti reggiani deceduti nel 1957 sul Pizzo Palù nel gruppo del Bernina. Poco sotto la vetta sul versante occidentale perirono più recentemente quattro volontari del soccorso sanitario in elicottero, il cippo si trova presso il lago.
Per la discesa i segnavia 661 seguono la costa occidentale, ripida ma facile: consigliamo tuttavia di seguire verso SW l’evidente crinale che prosegue la direzione della salita. Superato un risalto, la discesa si fa più ripida, per terminare ad un passetto al limite del bosco (faggeta e rimboschimenti) 602476E-4914241N dove il crinale si divide e un largo pendio scende verso Acquabona e Vallisnera. Allora si lasciano i percorsi ormai poco visibili per i due borghi e si volta a destra seguendo la traccia ben marcata sul margine della faggeta in leggera discesa verso NW, fino a raggiungere la base della piramide di vetta e assieme il segnavia 661 e la faglia tra le arenarie e le argille sottostanti. Sulla larga costa troviamo un bivio 602235E-4914759N : lasciamo il 661 scendere a destra di nuovo al Lago Calamone, e proseguiamo lungo il crinale a saliscendi con il sent. 667. Nel punto più basso del crinale abbiamo a destra nascosto dalle conifere il Lago Verde, già incontrato in precedenza, e durante la salita verso il colle Pastorale 601611E-4914890N attenzione a voltare a sinistra sui segnavia del sentiero 667, che inizia la discesa nella valle profonda del Rio di Collagna. Si entra nella faggeta e si supera una fonte, posta sulla discordanza tra i calcari soprastanti e le arenarie. Dopo la lunga discesa una costa aperta sopra il borgo di Vallisnera ci introduce ad una valletta di terreni franosi ai piedi della Punta di Salteria, rimboschita a conifere. Usciti poi su vecchi pascoli divisi da muri a secco, il sentiero giunge presso un vecchio abbeveratoio ad un bivio 600207E-4914045N : siamo sull’importante mulattiera che da Collagna e Vallisnera saliva attraverso Pratizzano verso la val d’Enza.
Si volterebbe a destra, ma se scendiamo per una breve deviazione a sinistra, attraversiamo la strada asfaltata e su un poggio svetta un recente monumento in arenaria, dedicato al parroco e a due giovani di Vallisnera, malati e debilitati, fucilati qui dai tedeschi nel giugno 1944.
Riprendiamo i segnavia in salita e in breve usciamo sulla strada asfaltata presso il Passo di Pratizzano 1240 m (0.50-3.50). Subito oltre un bivio, la strada diritta scende in pochi minuti al rifugio Pratizzano (0.10-4.00).
Variante della Scalucchia: Per chi voglia aggiungere altre 2 orette all’escursione una facile digressione con scarsi dislivelli porta al Passo della Scalucchia. Dal Passo di Pratizzano si volta a sinistra sulla strada asfaltata per Succiso e Valbona (segnavia saltuari 667), che si segue tra pascoli fino al bivio per Valbona (Costa Sparavara, da “separa valli”). Qui i segnavia 609-667 stanno sotto la strada che verso destra prosegue per Succiso, sulla vecchia mulattiera. Tra recinzioni e greggi si torna sulla strada, ma pochi minuti dopo il sentiero 609 sale a destra al di sopra di essa, fino a salire, di nuovo su asfalto al Passo della Scalucchia 1362 m (1.00).
Si seguono i segnavia 609 sul versante Val d’Enza, compiendo un tornante, poi tagliando il secondo e salendo sul crinale di Monte Ledo 1301 m 597700E-4913289N: qui si volta a destra sui segnavia 667A, che scende verso N sui pascoli panoramici. Da notare che il Monte Ledo per lo storico Giulio Cavalieri fu teatro di battaglie tra Liguri e Romani nel III sec. a.C., che tuttavia pensa fosse un nome riferito forse al Casarola intero. Ad un bivio si volta a destra e i segnavia ora ci portano tra boschi e radure di grande interesse paesaggistico direttamente al Rifugio Pratizzano (1.00-2.00).

fonte: parcoappennino.it

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Scheda Itinerario

  • Luogo: Via Campogrande, 15, 42030 Ramiseto RE, Italia 
  • Regione: Emilia Romagna 
  • Provincia: Reggio Emilia 
  • Difficoltà:
  • Punto di Partenza: Rifugio Pratizzano 1203 m 
  • Punto di Arrivo: Rifugio Pratizzano 1203 m 
  • Dislivello: 650 mt 
  • Sentiero n°: 667A – 663 – 661 – 667 
  • Tempo di percorrenza: 4 ore 
  • Lunghezza:
  • Altitudine massima: 1727 mt 
  • Periodo consigliato: da giugno ad ottobre 
  • Tipo di via: normale 

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