Pezzalunga e Belfiore

Un grande circo di origine glaciale, detto la Pezzalunga, fa nascere il torrente Rosaro, uno dei principali dell’alta Lunigiana: pur rivolto a settentrione getta le sue acque nel mar Ligure, e non è l’unica stranezza. La congerie di massi e pareti verticali lo ha fatto denominare Vallone dell’Inferno da parte dei primi alpinisti che dagli anni ’40 vanno a salire su roccia e su ghiaccio in inverno le pareti del Forame e del Gendarme, spettacolari e compatte arenarie grigie sospese tra i verdi pascoli e il blu del cielo.
La domina l’ Alpe di Mommio per i “toschi” e Alpe delle Pielle (che erano poi gli abeti) per i “lombardi”. Dalla carta del 1936 il toponimo è sparito, sostituito da La Nuda per la vetta più alta, poi Scalocchio e Belfiore. La solitaria e boscosa Val di Belfiore (detta anche un tempo Valfiore) era attraversata dalle mulattiere dirette in Garfagnana, e vi nasce il torrente Riàrbero, in antico Rialbo, da “rio bianco” a causa del colore torbido biancastro dovuto all’attraversamento di affioramenti di gessi e calcari triassici. Le faggete un tempo costellate da carbonaie e i laghi cerretani rendono vario e ricco il lungo anello.
Il Passo della Crocetta 1264 m 597754E-4906267N, detto anche Borellaccia o Belvedere, si trova sulla strada provinciale dal Passo del Cerreto per Cerreto Laghi, dove appare a destra il versante toscano (ex-albergo Belvedere). I segnavia 00 si affiancano qui a tabelle della GEA (Grande Escursione Appenninica) apposte dalla Regione Toscana e segnali E1 (sentiero Europeo n° 1) apposti dalla FIE (Federaz. It. Escursionismo). Si imbocca uno stradello a destra che sale ad alcune case poi termina e i segnava proseguono su bel sentiero nella faggeta. Qui nei primi anni ’80 fu allestita una delle ultime carbonaie per un programma televisivo (il bosco era ceduo, molto giovane ed intricato e fu un problema anche cercare la traccia dell’odierno sentiero ormai chiusa alla vegetazione, oltre che riaprirla). Una salita tr piazzole di carbonaie supera dapprima un bivio a sinistra con il sent. 649A per il lago del Cerreto a quota 1350 m c. 597963E-4905404N, poi un altro a destra con il sent. 96 per Sassalbo a 1420 m c. quasi sul limite superiore del bosco.
Aggirati alcuni spuntoni tra radure ricche di lampone e mirtillo sbuchiamo in una conca piana a quota 1600 m, un tempo occupata da un laghetto, poi torbiera e ora conca pascoliva dove il mirtillo si espande in assenza di greggi da molti anni. Il lampone invece, essendo pianta nitròfila, è destinato a regredire in assenza ormai di massicce deiezioni animali.
A sinistra oltre un cordone morenico brilla il tetto del Bivacco Rosario 1613 m 598360E-4904248N (1.20).
Costruito in magnifica posizione ai piedi delle balze del Forame negli anni ’80 da alcuni soci di Sassalbo aderenti al CAI di Fivizzano, la piccola capanna, sempre aperta, offre riparo ed eventuale pernottamento a 2-4 persone. Occorre rispettare il lavoro volontario dei sassalbini, ed eventualmente firmare il registro dei passaggi, sempre una lettura interessante e un segno di amicizia a chi verrà dopo. Poco lontano, sotto un grande roccione di arenaria sgorga una fonte perenne freddissima anche in estate, mentre tra fine luglio e metà settembre i dintorni sono ricchi di mirtilli e lamponi.
Ora il sentiero rimonta ripido il centro dell’anfiteatro di origine glaciale della Pezzalunga, o Vallone dell’Inferno, uno dei più spettacolari dell’Appennino Tosco-Emiliano, fiancheggiato dalle balze rocciose del Forame, del Gendarme e dello Scalocchio. Il crinale che si raggiunge al termine della salita a quota 1818 m 598699E-4903932N, non fa parte dello spartiacque, ma divide le valli del Rosaro e del Mommio, entrambi tributari del Magra e del Mar Ligure.
A destra una breve deviazione sul sent. 94 può condurre alla base dello spettacolare torrione roccioso del Gendarme, ma la salita in vetta, attrezzata con cavo metallico oltre 20 anni fa, è oggi ardua senza esperienza di arrampicata su roccia per il danneggiamento degli ancoraggi del cavo stesso.
A sinistra il sent. 00 sale invece alla base della vetta del M. La Nuda 1893 m 598824E-4904064N, culmine dell’Alpe di Mommio (1.00-2.20), che si raggiunge con breve deviazione a sinistra.
Definita anche in passato Alpe delle Pielle o Nuda delle Pielle, per la folta presenza di abeti bianchi sui suoi versanti settentrionali, scommetterei che il toponimo attuale è stato imposto da topografi burloni che hanno preso pari pari il comune detto locale per tutti i pascoli sopra il limite del bosco: in t’la nudda (infatti anche il M. Nuda modenese aveva prima dei rilevamenti militari tutt’altro nome…). Vi fu costruita negli anni ’20 una stazione radio per le comunicazioni tra la marina militare di stanza a La Spezia e il versante padano. Ora è da decenni abbandonata, ma ancora solida, mentre poco sotto la vetta, sul versante Cerretano, sono stati costruiti gli edifici di arrivo superiore delle seggiovie. Qui, a differenza che sul Cusna, non hanno raggiunto saggiamente il crinale, e oggi possiamo ancora godere di un paesaggio modellato dalla natura (e inoltre gli impianti possono funzionare tutto l’inverno al riparo dei venti). Come da tutte le vette dell’Appennino Tosco-Emiliano con aria limpida si possono vedere le isole toscane, la Corsica e buona parte dell’arco alpino.
Riprendiamo alla base del monte il sent. 00 che segue il crinale verso E in discesa, sbucando su una carraia a quota 1805 m 599043E-4903939N, (0.10-2.30).
Nella valletta notiamo alcune barriere di arenaria spaccata dalla gelivazione, ma anche dall’uomo: infatti qui si estraevano le “piagne”, lastre di pietra per le coperture dei tetti dei paesi. La carraia proviene da Cerreto Laghi: a sinistra vi ci condurrebbe velocemente in h 1.30, lungo le piste da sci, abbreviando di 1 ora i tempi.
Si prosegue lungo il crinale verso SE, con breve discesa ad un piccolo valico a quota 1763 m. A sinistra ci si affaccia sul profondo vallone della Borra Grande: un tempo sentierino da greggi scavalcavano il valico tra i due versanti, tra Mommio e Cerreto, ma ne ora sono scomparse anche le tracce. Aggirata la vetta di Borra Grande 1857 m sul versante reggiano, si possono notare lungo il versante in periodo di fioritura, tra giugno e luglio alcune macchie rosa di rododendro (Rhododendron ferrugineum), relitto della flora delle glaciazioni. Il sent. 00 aggira da N la vetta della Cima Belfiore 1811 m, ma è possibile e più suggestivo salire con breve deviazione, che vi conduce successivamente al bel cippo confinario detto sulle carte Termine Tre Potenze 1772 m 600165E-4902637N.
Quando vediamo sulla vetta un cippo cilindrico di confine tra gli stati di Modena (M) e Toscana (T), si capisce solo in parte il toponimo. In parte perché qui di “potenze” ce ne sono solo due: infatti dal XV sec. all’Unità d’Italia la Garfagnana faceva parte del ducato Estense come la val Secchia, era la Lunigiana che qui nello stesso periodo era fiorentina. Quindi o il toponimo era nato prima del ‘400, quando la Garfagnana lucchese poteva giustificarlo, oppure non si riferisce a tre stati, ma a tre grandi bacini territoriali, la Val Secchia reggiana a N, la Lunigiana (val di Magra) a SW, la Garfagnana (Val di Serchio) a SE. Infatti un altro Monte Tre Potenze si trova lungo il crinale che separa Garfagnana e Lunigiana poco a S di qui, un modesto rilievo boscoso che neppure si nota: però qui realmente si incontravano i confini degli stati di Firenze, Lucca e Modena (e tuttora i comuni di Casola, Minucciano e Giuncugnano). Quindi mistero su queste tre potenze che non c’erano, forse un errore dei topografi, tutt’altro che raro (infatti appare solo nella carta IGM del 1936, mentre nella precedente del 1878 il toponimo complessivo è M. Belfiore, e ancor prima sulle mappe secentesche Monte Gragnanese). Comunque il panorama sulle tre vallate è spettacolare, le Alpi Apuane si stagliano di fronte, il golfo della Spezia ad W, la Pietra di Bismantova e il Ventasso a N.
Un sentierino aperto a fatica tra bassi ginepri, graminacee e mirtillo scende lungo lo spartiacque di nuovo al sent. 00, che traversava sul versante N passando presso una sorgente ormai tutt’altro che perenne, e in breve si raggiunge il Passo di Belfiore 1664 m 600697E-4902808N (0.40-3.10).
Siamo sempre sul confine regionale, a destra scende il bacino del Serchio, dove il sent. 86 porta al M. Tondo, a sinistra la lunga e boscosa Val di Belfiore, percorsa dal Riàrbero,che imboccheremo tra poco. Ma se volete compiere una breve spettacolare deviazione, proseguite il sent. 00 di crinale ancora diritto per 100 m: vi troverete in mezzo a una faggeta quasi secolare, ma composta da decine di faggetti bassi e contorti dai continui venti.
Dal Passo di Belfiore imbocchiamo il sent. 649 verso N scendendo rapidamente nella Val Belfiore, perdendo oltre 100 m di dislivello tra faggeta e radure. In una radura a quota 1550 m c. si nota che il sent. 649 volta bruscamente a sinistra in salita, in maniera del tutto illogica se vogliamo scendere: infatti diritto vediamo l’antica mulattiera che prosegue nel bosco (segnavia bianchi e rossi 649C): la imbocchiamo allora, tenendo sempre la dir. N. Un bel percorso nella faggeta cedua ci porta attraverso innumerevoli piazzole di carbonaia, testimonianza dell’attività principale che costellava ogni estate la valle di colonne di fumo ininterrotto, fino ai primi anni ’60. Si attraversano diversi ruscelli, in genere secchi in estate, mantenendosi per molto tempo ad una quota di circa 1500 m. Affacciandosi su un costone detto Il Poggione dove finalmente si può vedere la vallata da una radura a ginepro e rocce affioranti, si inizia poi a scendere di nuovo nel bosco, attraversando una larga valletta invasa dalle rocce caotiche e arrotondate dei pendii erosi dai ghiacciai, e infine con una progressiva discesa si esce su uno stradello forestale a quota 1330 m c. 600334E-4904720N: lo seguiamo ora a sinistra sempre con il segnavia 649C. Aggirando la valletta carsica del Rio Torbido (si nota una bella dolina a sinistra, poi lo sprofondamento della valletta a destra), su affioramenti gessosi del triassico, superiamo un colletto a quota 1400 m (bivio per il M. Maccagnino), e presa la dir. W, lo stradello scende leggermente, attraversa una pista da sci e ancora infine sbuca su un tornante stradale 1380 m 599610E-4905979N, tra i più alti edifici residenziali della stazione turistica di Cerreto Laghi. Si segue la strada in discesa tra alberghi e condomini, tagliando poi a destra e scendere con i segnavia 649 verso il Lago del Cerreto 1344 m (1.20-4.30).
L’idillico laghetto di origine glaciale posto ai piedi dell’Alpe delle Pielle ha lasciato fin dagli anni ’50 posto alla stazione sciistica di Cerreto Laghi, che ha comportato proprio qui il fulcro delle piste, degli impianti di risalita, degli alberghi, negozi, e il resto. Una foto dei primi ‘900 mostra solo una casetta in pietra, eretta o ricostruita su baracche precedenti dai proprietari del bosco “reale”, un gruppo di sassalbini che lo acquistò nel 1900 dalle ditte che si erano succedute dopo la caduta degli Estensi.
Dal piazzale del Lago si scende a destra in dir. N (segnavia 649), deviando a sinistra poco dopo 599312E-4905961N: una fila di cassonetti dei rifiuti, ancorché con riciclo, ostruiscono il percorso, ma i continui lavori di nuovi edifici e gli ammassi cronici di materiali creano purtroppo da anni un paesaggio degradato. Si scende ripidamente lungo una pista da sci fiancheggiata da lampioni, fino a rientrare nel bosco. Presto si raggiungono radure al margine delle torbiere del Lago Pranda, e tra stazioni del percorso vita il sent. 649 fiancheggia la pista di fondo con lampioni, verso N. Ad un bivio i segnavia 649 proseguono a sinistra.
Una eventuale deviazione può proseguire diritto per la larga carraia costeggiando a destra una bella torbiera poi il Lago Scuro 1285 m, fino al vicino rifugio Lago Pranda 1277 m 599176E-4906527N, un bel ristorante-bar in legno (tel. 338-3708419) utile riparo e sosta per uno spuntino o un pranzo.
Il sent. 649 volta a sinistra per attraversare una vasta torbiera e compiere il giro attorno al Lago Pranda sul versante W. Attenzione ad un bivio sulle rive del Lago Pranda 599022E-4906725N (0.30-5.00): a sinistra sale il sent. 649B, e lo imbocchiamo nella faggeta.
Sbucati sulla strada in corrispondenza di una linea elettrica 598958E-4906709N si scende di fronte su carraia sempre con segnavia 649B. Sfiorata una bella torbiera sulla destra, una risalita ci fa rientrare sulla strada sul bordo di un tornante 598783E-4906625N. Seguendo la strada diritto per 100 m c. si riprende in discesa a destra 598730E-4906559N una carraia sempre segnata 649B, che serpeggia mantenendo la dir. NW nella faggeta diradata. Ad un primo bivio dopo una torbiera 598496E-4906446N, si volta sulla carraia di destra in leggera discesa verso NW, sempre seguendo i segnavia. Si prosegue sempre in piano verso NW, fino ad un bivio, segnalato con tabella in legno (Belvedere), dove i segnavia voltano bruscamente a sinistra (1266 m 598267E-4906604N).
Proseguendo diritto si sale in pochi minuti alla vetta isolata del M. Zuccalone 1274 m, l’unica a spuntare dalla fitta faggeta del “Bosco Reale”, e su questo offre una panoramica, assieme alla mole del M. Casarola, sul Ventasso e il paese di Collagna, sulla Pietra di Bismantova e infine sulle vette del Cavalbianco e dl gruppo La Nuda-Forame-Gendarme.
Dal bivio si riprende il sentiero segnato, che inizia a scendere nella valletta del Rio Bianco, toccando poi la fresca fonte della Crocetta, e risalendo in mezza costa nella faggeta fino a sbucare sulla strada provinciale per Cerreto Laghi poco lontano dal Passo della Crocetta 1264 m (0.30-5.30).

fonte: parcoappennino.it

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Scheda Itinerario

  • Luogo: SS63, Parco Nazionale dell'Appennino Tosco-Emiliano, 54013 Collagna RE, Italia 
  • Regione: Emilia Romagna 
  • Provincia: Reggio Emilia 
  • Difficoltà:
  • Punto di Partenza: Passo Crocetta 1264 m 
  • Punto di Arrivo: Passo Crocetta 1264 m 
  • Dislivello: 850 mt 
  • Sentiero n°: 00 - 649 - 649C - 649B 
  • Tempo di percorrenza: 5,30 ore 
  • Lunghezza:
  • Altitudine massima: 1893 mt 
  • Periodo consigliato: da giugno a ottobre 
  • Tipo di via: normale 

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