Da Sassalbo all’Ospedalaccio

 

Un viaggio a ritroso attraverso il tempo ci conduce da Sassalbo sulla Via Modenese, la via selciata per lo stato estense, poi al valico dell’Ospedalaccio, dove un ospizio medievale assisteva i pellegrini. Per gli spettacoli naturali dell’Acqua Torbida, delle doline e dei gessi e di nuovo tra i castagni e la storia di Sassalbo. Prima di venire soppiantata dalla “via dei Francesi” per il Passo del Gatto, poi dalla Via Militare di Lunigiana, l’attuale SS 63, quasi tutti i traffici diretti tra Cerreto e Fivizzano si svolgevano per la Strada del Tornello o Ritornella, e il valico della Crocetta, lungo quella che ancora in una mappa del1827 viene chiamata “Strada Maestra dal Cereto a Sassalbo”. Sorto ai piedi dei valichi appenninici dell’Ospedalaccio e di Cerreto, Sassalbo si sviluppò dal XV sec., quando la frontiera tra stati estensi, parmensi e fiorentini fu stabilizzata sul valico, e i commerci furono favoriti tra i mercati nascenti di Fivizzano e Castelnuovo. Terremoti disastrosi come nel 1481, nel 1767 e nel 1920, oltre a frane e invasioni in armi, non fiaccarono i numerosi abitanti, sempre pronti a ricostruire. Ma le cicatrici restano tutt’oggi: case basse, il campanile del 1767 che spunta ancora dalla terra, una festa di ringraziamento tradizionale il 5 luglio che nessuno si ricorda dedicata a quale delle numerose sventure…Fu diviso per secoli in due rioni quasi incomunicanti: i Lochi, residenza della popolazione più antica, dal dialetto oscuro (i maligni vicini lo dicevano derivare dai saraceni, alcuni studiosi lo fanno invece risalire ai Liguri apuani), e la Villa, sede delle famiglie giunte in paese tra il XVI e il XVIII sec attratte dalla posizione ideale per commerci (e contrabbando), sfruttamento di boschi per carbone e poi ghiaccio, le prime osterie. Vi è stata inaugurata una sede del Parco nazionale nell’ex- scuola elementare recentemente ristrutturata. Parcheggiando all’inizio del paese di Sassalbo 863 m si raggiunge attraverso le vie interne del borgo la chiesa di S. Michele, ricostruita nel sito attuale a metà del XIX sec. dopo la distruzione della precedente a causa di una grande frana nel 1843. Costruita in economia e malamente, crollò anche la chiesa nuova durante il terremoto del 7 settembre 1920, uccidendo anche due preti. A lato dell’edificio si sale sulla stradella diretta a monte, si attraversa la strada asfaltata 595364E-4904908N (qui si può giungere anche dal parcheggio direttamente salendo a destra evitando il centro del borgo), e si prosegue diritto sul segnavia 98. Presto il percorso diventa mulattiera selciata nel castagneto, detta “via Modenese” perché diretta a Cerreto nello Stato Estense con Modena capitale. Un’altra mulattiera era diretta nel Parmigiano per il valico dell’Ospedalaccio, ma fu interrotta da frane e deviata su questa fino al bivio della Fontanella di cui oltre: appare ancora nella carta IGM del 1878, ma è già interrotta in quella del 1928. Il primo tratto è ancora fiancheggiato da alti muri a secco, costruiti con i massi arrotondati della morena glaciale, ricavati dallo spietramento dei castagneti. Dopo una lunga salita il castagneto lascia il posto alla faggeta, e dopo un lungo tratto panoramico sul versante opposto della valle, in cui si notano gli splendidi affioramenti calcarei erosi dal fiume con molte frane, si guada il Rosaro a quota 1060 m c. 596336E-4905742N. Dopo un’altra salita tra radure e faggete si giunge infine al crocicchio della Fontanella 1137 m 596586E-4905925N, con tabella in legno dei geositi Lunigiana (0.50). Si volta a destra sul sent. 96, che in breve conduce alla SS 63: a destra si nota il monumento alle vittime di un eccidio nazista, e la vicina Casa Cantoniera delle Fosse 1150 m 596552E-4905627N (0.10-1.00), in totale abbandono. Attraversata la Statale, si imbocca quasi di fronte un sentiero nella foresta (tabella Geositi, segnavia 86A), che serpeggia tra radure lungo il corso del Rosaro, e facendo attenzione ai segnavia senza attraversarlo, poco dopo termina sullo stradello sterrato allo sbocco del Lago Padule 1168 m 596952E-4905851N (0.20-1.20). Sulle due piccole dighe che ne hanno innalzato il livello troviamo delle tabelle del percorso dei Geositi della Lunigiana sulle ghiacciaie, attività tra le tante che i sassalbini si adattavano a fare per sfruttare ogni risorsa del territorio. Nella fattispecie pressavano la neve in primavera per accumularla sotto ripari di pietra e conservarla tutta l’estate quando la trasportavano a blocchi verso l’ospedale di Fivizzano. Poco oltre, lungo la strada se ne trova un esempio conservato. Le dighe e il rimboschimento circostante sono frutto di imponenti lavori di sistemazione del territorio finanziati dal governo negli anni ’50. Ne fece parte anche il tratto stradale che si interrompe poco oltre, ma che doveva arrivare al Lago del Cerreto: i famosi boschi reali infatti furono acquistati da alcune famiglie di Sassalbo nel 1900 dopo vari passaggi dal Duca d’Este a varie ditte private. Sul fondo del lago, come nel vicino Lago Lungo, si trovano tronchi di abete bianco immersi nella torba, testimonianza dell’abbondanza di tale specie, poi estinta per il prelievo antropico e per il mutamento climatico che favoriva il faggio. Un’altra deviazione si può compiere in pochi minuti lungo la sponda occidentale del lago, su un sentierino sistemato che termina presso un osservatorio per l’avifauna. Si imbocca a sinistra del lago la mulattiera (sempre sent. 86A) che sale d traverso nel bosco di conifere e faggi, fin quasi alla SS 63 al km 34, a 1182 m 596874E-4905892N. Ma poco prima di sbucarvi i segnavia vi conducono a tagliare il bosco a destra per poi voltare a destra su una mulattiera antica invertendo la direzione. Da qui seguiremo ciò che resta della storica mulattiera del Tornello, la cui larghezza di alcuni metri, atta a far transitare file di muli carichi in entrambi i sensi, si riduce oggi a tratti a misero sentierino residuo tra faggi e rimboschimenti e addirittura la tra file di grandi abeti ormai adulti che hanno ricoperto i pascoli. Infatti fu per oltre un secolo, tra metà ‘500 e fine ‘600 utilizzata (e forse costruita apposta) per trasportare a dorso di mulo i carichi di minerale elbano destinato alle ferriere ducali del Rialbo. Lasciando sulla destra il Lago Padule, che si scorge tra gli alberi, si notano alcuni termini (pietre isolate erette a confini), che nel bosco misto dividevano le strisce di legnatico di ciascuna famiglia dopo le privatizzazioni dei boschi comuni iniziate già nel XVIII dai Lorena (il territorio era Fiorentino già da fina XV sec.). Questo indica anche la grande importanza della mulattiera. La recente riapertura termina presso una grande radura a 1240 m c. 597656E-4906179N, vasto pascolo in piano, anticamente una torbiera di origine glaciale. Nei primi anni ’40 qui si svolgevano le attività sportive dell’accampamento estivo della Marina Militare, acquartierato lungo tutta la dorsale tra la Crocetta e il Passo del Cerreto. Ne restano blocchi quadrati in calcestruzzo, resti delle rudimentali docce all’aperto, lungo una serie di bacini prativi, tutti originati dalla morena laterale del vallone glaciale di Pezzalunga. Attraversata la radura, si imbocca uno stradello in salita fino a sbucare sulla strada provinciale per Cerreto Laghi poco lontano dal Passo della Crocetta 1264 m 597754E-4906267N (0.50-2.10), presso l’ex-albergo Belvedere. Si segue ora a sinistra la strada provinciale lungo il crinale boscoso (segnavia 00-GEA) fino al vicino Passo del Gatto 1258 m 597443E-4906580N (0.10-2.20), un altro antico passaggio del crinale appenninico. Il valico era attraversato da una mulattiera nota come via “dei Francesi”, la mulattiera diretta Sassalbo-Cerreto Alpi, l’antenata della SS 63, tracciata durante l’Impero napoleonico (che comprendeva anche la Lunigiana): era una delle principali vie di comunicazione tra Reggio e i porti del Mar Ligure, chiamata via di Reggio in Lunigiana, via del Cerè degli Alpi nel reggiano. A sinistra su un poggio vediamo il pennone alzabandiera e la Rosa dei Venti dell’Accampamento estivo della Marina militare allestito dal 1938 all’armistizio del 1943. Una recente stele ricorda l’allora cappellano Sergio Pignedoli, poi cardinale, che volle venire quassù durante la guerra per temperare l’odio e le asprezze nei giovani di leva e prepararli al futuro democratico. Ma dopo l’8 settembre i pochi alpini inviati a sostituire i marinai, poco avvezzi ai monti, si sbandarono e furono subito sopraffatti dai tedeschi. In breve i paesani si divisero i resti dell’accampamento, ma si distinguono ancora ai piedi del colle le piattaforme su cui sorgevano le baracche dei marinai (sotto l’erba si trova subito ancora il cemento del basamento). Le profonde fosse scavate tra i faggi invece sono di poco più tarde: infatti i tedeschi scavarono trincee lungo la linea dello spartiacque, come seconda difesa della Linea Gotica. Proseguendo, la strada porta in soli 200 m alle due locande sorte sull’odierno Passo del Cerreto 1253 m dopo che vi fu spostata la via militare di Lunigiana terminata attorno al 1830. Si prosegue sul sentiero 00, che parte dal piazzale del ristorante Passo del Cerreto, sul lato W della SS 63. Occorre attraversare il giardino del ristorante per seguire il sentiero che serpeggia sul versante N del Colle Ospedalaccio. Detto anche sulle vecchie carte M. Rapinale (da “ravina” o lavina, frana; ma detto in una carta del 1827 “M. Maino detto dai Modenesi, e Salato dai Toscani”), s’innalza lungo lo spartiacque tra i passi del Cerreto e dell’Ospedalaccio, e riveste un grande interesse storico (vi correva il conteso confine tra cerretani e sassalbini, Stati estensi e Stato fiorentino) e soprattutto naturalistico. Costituito sul colmo da una massa isolata di Flysch di M. Caio (del cretacico, sui 70 m. a.) posta su un vasto affioramento di gessi e quarziti del triassico (sui 220 m.a.), con lembi di marne dell’unità Modino (sui 30 m. a.). Anche la forma delle erosioni fluviali e la morfologia del paesaggio ne risente: si cammina subito tra doline ben visibili, e relativi affioramenti gessosi: ma alcuni scavi allungati lungo il crinale sono opera dell’esercito tedesco, attorno al 1944-’45 per rinforzare le retrovie della linea gotica. Se ne possono scoprire diversi salendo lungo il crinale a sinistra del sentiero. Quasi del tutto in mezza costa si aggira il colle fino a sbucare di nuovo sul crinale sui larghi pascoli del Passo dell’Ospedalaccio 1280 m, attraversando i quali si raggiunge uno stradello forestale (0.20-2.30). I ruderi dell’ospizio medievale di S. Lorenzo delle Cento Croci, furono trovati ancora nei primi decenni del XX sec. su ripiani leggermente declinanti verso il versante toscano. L’istituzione religiosa, fondata in epoca matildica e gestita direttamente dal monastero di S. Apollonio di Canossa per la sua grande importanza nelle comunicazioni tra pianura padana e costa tirrenica, dopo la morte di Matilde passò al monastero di S. Prospero di Reggio. Con la fine dei pellegrinaggi, decadde e fu abbandonato tra il XV e il XVI sec. In quei secoli si registrano ormai solo ruderi, e S. Lorenzo divenne per tutti “l’ospedalaccio”. Si apre la vista sull’alta Val Rosaro, e scendiamo lungo la stradella a sinistra per pochi minuti, costeggiando a destra i rimboschimenti a conifere. Al termine delle recinzioni, voltiamo destra (tabella dei geositi e segnavia 100). Ci troviamo presso l’antico ospizio medievale, ormai scomparso, quando lungo il sentierino continuiamo a costeggiare i rimboschimenti. Varcato un fosso traversato da briglie in pietre squadrate costruite negli anni ’50, si inizia poi a scendere nella profonda valle erosa del Fosso dell’Acqua Torbida (così chiamato a Sassalbo perché attraversando i gessi produce acque intrise di minerali, al contrario del Rosaro in cui confluisce presso il paese, dall’acqua limpidissima). La discesa si fa ripida e ormai su affioramenti di gessi triassici, con spettacolari erosioni che scendono dall’incombente M. Alto, quasi 1000 m sopra le nostre teste. Al termine della discesa si guada il torrente a quota 1130 m c., e si procede sul versante opposto attraverso un affioramento di scaglia rossa toscana e un caratteristico boschetto di biancospini. Dopo un tratto in mezza costa, si inizia a scendere su pascoli abbandonati e invasi da arbusti, fino a calare verso SW nella larga sella carsica dei Prati di Camporàghena 1030 m 595294E-4906182N (0.50-3.20). Aperta tra la valle del Taverone a NW e la val Rosaro a SE, l’ampia sella è impostata sulle evaporiti del triassico, e costellate da doline, ben visibili giungendo dall’alto. Infatti le acque scendono nel sottosuolo attraverso di esse, e alimentando risorgenti sui due versanti. Addirittura quando dopo frane e terremoti le acque del Rosaro scomparivano per un certo tempo, si scoprì negli anni ’20 che finivano nel Taverone attraverso il crinale gessoso. Qui ci si inserisce nel sentiero ben segnato denominato Trekking Lunigiana (TL), che collega tutte le convalli del Magra. Si imbocca il TL verso sinistra (dir. S), raggiungendo attraverso i dossi tra i pascoli il bordo dell’altopiano. Presso una tabella in legno inizia il sentiero che scende ripido nel bosco di nuovo verso l’Acqua Torbida. Si sbuca infine nel largo greto del torrente, discendendolo e attraversandolo due volte. Ai piedi della spettacolare parete di gessi che costituisce la base dei Prati soprastanti (e che ha dato nome a Sassalbo, Sasso Bianco) ci si inserisce nello stradello che vi giungeva per estrarre calcari e gesso dall’affioramento, utilizzato per ricavare calce. Ora si segue la stradina, e al bivio con la strada asfaltata per Bottignana si volta a sinistra, superando qualche discarica. Entrata nel castagneto, la strada supera il cimitero e poco dopo raggiunge di nuovo Sassalbo (0.40-4.00).

fonte: parcoappennino.it

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Scheda Itinerario

  • Luogo: Via Comunale Sassalbo, 91, Parco Nazionale dell'Appennino Tosco-Emiliano, 54013 Sassalbo MS, Italia 
  • Regione: Toscana 
  • Provincia: Massa Carrara 
  • Difficoltà:
  • Punto di Partenza: Sassalbo 863 m 
  • Punto di Arrivo: Sassalbo 863 m 
  • Dislivello: 480 m 
  • Sentiero n°: 98, 96A, 00, 100, TL 
  • Tempo di percorrenza: 4 ore 
  • Lunghezza:
  • Altitudine massima: 1280 mt 
  • Periodo consigliato: da aprile a novembre 
  • Tipo di via: normale 

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