Pubblicato il: mer, Mar 4th, 2015

Neve, valanghe e jetstream: Moro e Lunger lasciano il campo base

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L’invernale su Manaslu e East Pinnacle è compromessa. I due alpinisti in elicottero trasportati nella valle dell’Everest
moro e lunger

 

Simone Moro e Tamara Lunger abbandonano il campo base. Troppo pericoloso! E anche se smettesse di nevicare ora l’invernale sul Manaslu è comunque compromessa e occorrerebbe attendere giorni e giorni per salire. Quindi, nell’attesa si sono trasferiti in elicottero nella valle dell’Everest per tenersi allenati. Il Manaslu a questo punto diventa spedizione primaverile.

 

Ma sentiamo Moro: “Mai vista una cosa del genere. Sette giorni consecutivi di nevicate! Ieri aveva fatto solo finta di smettere per un momento. Non avevo ancora fatto in tempo a scriverlo che già sentivo di nuovo il rumore dei fiocchi ghiacciati battere sulla tenda. Ho fatto 13 spedizioni alpinistiche invernali (Aconcagua e Cerro Mirador ’93, Annapurna 97, Marble Wall 2001, Shisha Pangma 2004 e 2005, Cerro Torre 2005, Broad Peak 2007 e 2008,  Makalu 2009, Gasherbrum 2 nel 2011, Nanga Parbat 2012 e 2014 e adesso qua al Manaslu) e ripensando a tutte quelle esperienze, con o senza vetta, non ricordo di avere mai visto nulla di simile. Sono forse 6 i metri di neve presenti al campo base e sulla montagna. Due metri e mezzo c’erano già quando siamo arrivati in elicottero il 17 di febbraio. Non è stato infatti possibile arrivare a piedi né per noi né per i portatori che avevamo ingaggiato a causa proprio di tutta questa neve e del pericolo costante di valanghe lungo il percorso.

 

Una volta al campo base, usando le racchette da neve Tamara e io siamo comunque andati a più riprese sul ghiacciaio e abbiamo poi raggiunto Campo 1. Ci siamo tornati un’altra volta, lassù, e siamo anche saliti fino a 5900 metri in velocità e con entusiasmo. Poi però è tornata una perturbazione anomala e ha scaricato in 5 giorni altri 3 metri circa di neve.
Le tende sono ormai allocate sotto il livello della neve. Abbiamo spalato tutti i giorni, 3-4 volte al giorno, per qualche ora. Abbiamo cercato di proteggere e di salvare il salvabile e ci eravamo ormai abituati alle decine di valanghe che abbiamo sentito precipitare a valle, ma che non potevamo vedere a causa della visibilità, che è stata per giorni nulla.
Ieri, come ci ho già raccontato, lo sbuffo e il pulviscolo di una valanga sono arrivati fino al campo base e ci hanno fatto capire che neppure lì eravamo più sicuri anche se ci sono pendii apparentemente innocenti sopra il campo.
Scendere a piedi sarebbe stato un suicidio, perché le valanghe scendono notoriamente nel canale utilizzato in primavera e in autunno per salire da Samagaon, ultimo luogo abitato, fino a qua. Il sentiero insomma scorre lungo quel canale che è ora una pista perfetta in cui si incanala tutto ciò che cade e si stacca in queste ore.

 

Con più di 5 metri di neve, ci vorranno almeno 2-3 settimane di sole per assestare e consolidare il tutto e rendere i pendii del Manaslu affrontabili con un coefficiente di sicurezza adeguato.
Karl Gabl con i suoi bollettini meteo non ha sbagliato neanche questa volta e non era un caso che io e Tamara fossimo al campo base quando ha iniziato a nevicare. Karl ce lo aveva preannunciato e noi abbiamo preso sul serio le sue previsioni.
Ora Karl dice che arriverà subito il jetstream, cioè forti venti in quota, e tirerà a 140 km orari. Il che abbasserà la temperatura e creerà accumuli di neve trasportata proprio dal vento stesso. Nulla di buono dunque, anzi!
Per tutto ciò, abbiamo deciso di impiegare l’inevitabile attesa in modo diverso. Anziché stare al campo base con le dita incrociate, sperando che rimanga immune da valanghe o dai venti, abbiamo deciso di andare altrove per qualche settimana.

 

Ovviamente il limite temporale del 20 marzo, che segna la fine dell’inverno, a questo punto non riusciremo a rispettarlo. Di sicuro entro quella data il Manaslu non potremo salirlo. Non ci sono proprio le condizioni. Anche con le racchette da neve sprofondiamo fino alla coscia e avvicinarsi a campo 1 significherebbe mettersi sotto tutte le valanghe del mondo.
L’elicottero ci ha raggiunto, per portarci al villaggio di Lho, alcune ore di cammino prima di Samagaon. Poi è rimasto anch’esso bloccato per la scarsa visibilità e un’altra nevicata.
Ma per fortuna alla fine c’è stata una schiarita e abbiamo potuto lasciare il campo base e atterrare direttamente a Samagaon. Là rimarranno, in un Lodge, i nostri due uomini nepalesi (cuoco e aiuto cuoco) vigilando sulle condizioni del Manaslu e del sentiero che porta al campo base. Rimarremo in contatto con loro tramite radiotelefono locale.
Io e Tamara invece andremo nella valle dell’Everest, per rimanere allenati, tentando qualche salita interessante e di mantenimento. Almeno lo speriamo, perché pure nel Khumbu negli ultimi giorni di neve ne è caduta. Non quanto qui, ma comunque in abbondanza.
Il nostro permesso di scalata al Manaslu dura 75 giorni e, anche se perderemo la possibilità dell’invernale, vogliamo tenere aperta la chance di una salita primaverile con il concatenamento tra la vetta principale ed il Pinnacolo Est. Nessuno ha mai ripetuto questa combinazione nemmeno in primavera o autunno. E’ dal 1986 che è li che aspetta, da quando la realizzarono due campioni dell’alpinismo himalaiano come Jerzy Kukuczka e Artur Hajzer.

 

Dunque la spedizione non si chiude e nemmeno finisce. Cambia solo il modo di gestire i tempi morti e l’attesa. Qua per almeno 3 settimane quei 6 metri e più di neve rappresenterebbero comunque un impedimento per chiunque non sia un kamikaze. Parliamo di 6 metri, non di 60 cm… Il Manaslu non è difficile ma è la classica salita composta da pendii, perfetti per il distacco di valanghe. Già nel 2012 sono morte 11 persone su questa via, per una valanga che prese in pieno Campo 3 e il pendio sottostante fino a Campo 2.
Con questa neve e il jetstream si può incappare in valanghe ovunque, anche nel tragitto verso Campo 1.
Dunque si cambia arena d’azione per le prossime settimane prima di tornare qua…
Vi terremo informati”.

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