Pubblicato il: lun, Mag 15th, 2017

Nives Meroi e Romano Benet raccontano l’Annapurna e i 14 Ottomila

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Nives Meroi e Romano Benet hanno coronato il loro sogno di scalare i 14 Ottomila. A pochi giorni ecco la prima intervista rilasciata dai due alpinisti al giornalista Paolo Roncoletta per il TGR del Friuli Venezia Giulia.

Come detto per Romano Benet e Nives Meroi si tratta del 14° Ottomila senza ossigeno. Un loro approccio con la montagna che va avanti da sempre, è il loro modo di pensarla e di viverla: rispettandola, vivendola in solitaria, stando attenti alle tradizioni, stando lontano dai clamori…

Lo scorso anno Meroi e Benet hanno scalato il Makalu. Per loro si trattava del secondo tentativo: il primo, nell’inverno 2007-2008, si concluse senza la salita della cima a causa del maltempo e nella discesa Nives Meroi si fratturò una gamba.

Nives Meroi era in corsa per essere la prima donna ad aver scalato tutti i 14 Ottomila. Poi ha fatto la sua scelta. E’ stata chiara. Niente corsa. Niente pubblicità. E decise di stare accanto al marito colpito da una malattia. Un numero maggiore di ottomila è stato conquistato solo dalla coreana Oh Eun-Sun, dalla spagnola Edurne Pasaban e dall’austriaca Gerlinde Kaltenbrunner. La Pasaban ha utilizzato in due occasioni l’ossigeno, mentre la conquista di tutte le vette per la coreana è controversa.

L’alpinista italiana è Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (2010):

Per gli eccezionali traguardi raggiunti nell’alpinismo di alta quota, un’attività che era rimasta a lungo prerogativa maschile.

Nives Meroi è nata a Bonate Sotto (BG) il 17 settembre 1961. Da oltre vent’anni risiede in Friuli Venezia Giulia a Fusine Laghi (UD), ove ha conosciuto il marito, Romano Benet.

Nives e Romano, compagni di vita e di cordata, arrampicano insieme da oltre 20 anni. La loro vasta attività comprende alcune fra le vie più difficili delle Alpi, rendendosi protagonisti di imprese quali la prima invernale al Pilastro Piussi alla parete nord del Piccolo Mangart di Coritenza e quella alla Cengia degli Dei, sullo Jof Fuart.

Ma la loro è una passione fatta anche di falesia, cascate di ghiaccio, sci alpinismo e, non ultima, d’alta quota.

Col tempo il loro amore per la montagna li ha spinti ad esplorare orizzonti sempre più lontani, dove l’aria è rarefatta e, come è solita dire Nives, “dove ogni passo diventa uno sforzo di volontà”. Un alpinismo by fair means, con uno stile leggero e pulito: senza l’ausilio di ossigeno supplementare, portatori d’alta quota e campi fissi. Uno stile pulito il loro, un confronti onesto con se stessi e la montagna.

Ande, Himalaya, Karakorum. Un percorso fatto di grandi successi, come la salita, nel 2003 e in soli venti giorni, di tre dei 14 Ottomila della Terra (Gasherbrum II, Gasherbrum I, Broad Peak), seconda cordata al mondo ad aver realizzato un’impresa simile e, Nives, prima donna in assoluto nella storia dell’alpinismo.

Senza dimenticare le celebri salite al Dhaulagiri, al K2 e all’Everest, montagne amate e a lungo corteggiate, che nella stagione 2006-2007 si sono finalmente concesse loro, regalandogli il sogno di una vita.

Di grande valore la conquista della cima del K2 del 2006 attraverso lo Sperone Abruzzi. Meroi e Benet hanno raggiunto la cima da soli, senza l’ausilio dell’ossigeno e senza aiuti nel battere la traccia su tutto il percorso e sull’ultimo arduo tratto della montagna.

Romano Benet (Tarvisio, 20 aprile 1962) è considerato uno dei maggiori alpinisti italiani, noto per le imprese compiute appunto con la moglie.

Nella stagione estiva 2009 abbandona il tentativo di scalata dell’Annapurna per le condizioni proibitive della neve e il tentativo di scalata del Kangchenjunga a seguito di problemi di salute tra il campo 3 e il campo 4 della montagna.

Tornato in Italia scopre d’essere affetto da un’aplasia midollare severa. I successivi due trapianti di midollo osseo lo tengono lontano dall’attività per due anni. Torna all’alpinismo nel 2012, sempre in compagnia della moglie, tentando il Kangchenjunga e conquistandone la vetta poi nel 2014, reduce da un intervento per l’inserimento di una protesi all’anca.

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