Pubblicato il: mer, Giu 1st, 2016

Riportiamo alla luce le grotte di Pennapiedimonte (Majella)

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grotta majella

Pennapiedimonte è un piccolo comune della provincia di Chieti. Si trova a 670 m di altezza ed è abitata da circa 500 residenti. Il suo territorio si distingue per i sentieri, le grotte e le vallate. C’è abbondanza di acqua, molta vegetazione e fiori. Negli anni passati sono state attrezzate diverse pareti per arrampicata. Il paese si è distinto per la pastorizia sino a pochi anni fa. I pastori alloggiavano nelle grotte… (un escursionista ne ha censite circa 180), tutte hanno un nome che deriva o dal loro soprannome o dalla zona dove si trovava, spesso incomprensibili. I pastori erano tutti residenti a Pennapiedimonte e nel periodo dedicato alla pastorizia, raggiungevano queste grotte, passavano le giornate accudendo al gregge, ricavando latte che serviva per il formaggio. Chi aveva lo stazzo/grotta lontano dal paese, restava anche una settimana lontano dalla famiglia. L’erba non mancava, e per l’acqua che occorreva per abbeverare il gregge, utilizzavano sia l’acqua sorgiva che piovana, che spesso gocciolava dalle pareti della loro grotta. Quest’acqua la canalizzavano in un vascone, per mezzo di incisioni sulle pareti di roccia ricavando dei canaletti/nervature. Anche le “coppelle “che sono incavi per raccogliere l’acqua piovana ed erano collegati fra loro con nervature, erano utilissime. La vita dura, ha fatto abbandonare questa attività ed oggi, nella valle, non c’è più un branco di pecore.

sentiero majella majella grotta

Insieme ad amici, abbiamo scelto l’escursione partendo dal belvedere del Balzolo (700 m), per raggiungere il Cantone Minco, (spuntone Domenico), (1300 m) e visitare tre grotte. Mi piace nominare l’imponente arco di roccia, probabilmente la ‘Penna’ che ha dato il nome al paese. La leggenda narra che la “Penna” raffigura la Dea Maja che in ginocchio, con lo sguardo proteso verso una roccia che rappresenta un sepolcro, piange il figlio Mercurio, morto per le ferite riportate durante una guerra. Abbiamo evitato il percorso assolato preferendo una strada in cemento che porta al serbatoio dell’acquedotto. Lo abbiamo abbandonata dopo circa 600 metri, all’inizio di una sterrata, che seguiamo sino all’indicazione del CAI per il rifugio Pischioli. Ora la salita è ripida, ma sempre immersi nell’ombra della faggeta.
Il sentiero passa nella zona lu ceràscë, il toponimo rispecchia il nome ceraso “ciliegio”. La zona era piena di questi alberi da frutto. C’è una abitazione, ora rudere, con molte incisioni, sicuramente non rupestri, ma sarebbe interessante conoscere la spiegazione dei simboli. L’area è ancora terrazzata, significa che anticamente era coltivata ed adibita a pascolo. Arriviamo al rifugio Pischioli, (1135m), una costruzione tipica di pietra a secco all’interno di uno sgrottamento ed in ottima posizione panoramica. La località è nota come li pischjùlë, da un diminutivo di peschio, (pesco). Si continua il sentiero per arrivare all’Ara dei Preti, (1250 m), così chiamata perché i monaci benedettini che alloggiavano nel X secolo all’abbazia di Santa Maria, lungo il corso del torrente Avello, ci coltivavano il grano, che poi portavano alla grotta Fratanallo, una piccola dipendenza del monastero, utilizzata sia come zona eremitica e sia per il ricovero delle greggi per il pascolo. Il sentiero non è segnato, quindi bisogna stare attenti a trovare un ometto di pietra seminascosto che indica una deviazione a sinistra. Da questo punto inizia un sentiero non visibile e impensabile che possa esistere. Fra pini mughi, faggi rovesciati, tratti esposti, ma sempre nel silenzio più assoluto, godendo di una fioritura dai cento colori in cui affiora la genziana a campana, arriviamo al “Cantone Minco… candónë mìnghë (1318 m), il cui nome riflette l’appellativo cantone nel senso di ‘spuntone’, con “Minco”, cioè ‘Domenico’. Si osserva un ampio panorama a perdita d’occhio: Cima Murelle con l’anfiteatro, (2596 m), – Cima Macirenelle, (1720 m), – la valle dell’inferno – le gobbe di selva romana – la valle di selva romana, inoltre si vedono una decina di grotte con qualche accenno di sentiero pastorale. Lo sguardo corre all’infinito e non ci si stanca di guardare. Abbiamo ripreso a camminare e lungo il percorso abbiamo visitato tre grotte. La prima è la grotta IEREMEON dal significato sconosciuto che si tramandava per generazione, poi la grotta SARGENTE, quindi la grotta SGAFERZA. Queste grotte sono state adattate a ricovero e la grotta SARGENTE è stata costruita con un ottimo lavoro di ingegneria e architettura. Qui il muro è a piombo, l’architrave all’ingresso forma una porta precisa, le rocce sono state incise e si incastrano come se fossero state lavorate. Il pastore che ci viveva ha allargato l’interno ed ha sistemato un camino all’ingresso. La grotta IEREMEON, è ugualmente bella, con doppio architrave, ma con un lavoro più artigianale – la grotta SGAFERZA, purtroppo è invasa dai rovi.

dea maja majella

 

CONCLUSIONI
Purtroppo se non si interviene subito a bonificare i sentieri, invasi dai rovi, quindi inaccessibili per le spine, dai pini mughi, dai ginepri con gli aghi ugualmente fastidiosi, dalle frane, si rischia di non poter più percorrerli e perdere secoli di storia.

 

DISLIVELLO 650 METRI
DIFFICOLTA’ E/EE
TEMPO 5 ORE
DISTANZA 16 KM

 

Le avventure dei Lettori >>> Luciano Pellegrini

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