Pubblicato il: mar, Gen 12th, 2016

Tamara Lunger sulle orme di Nives Meroi sul Nanga Parbat

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Tamara Lunger quest’anno potrebbe scrivere il suo nome nella storia dell’alpinismo salendo sull’inviolato Nanga Parbat in invernale. Nives Meroi nel 1998 è stata la prima donna italiana a salire in vetta. Vi proponiamo una finestra sulle due forti alpiniste, il loro curriculum, il racconto di Nives Meroi prima di salire in cima al Nanga ed una sua relazione su “Donne ed alpinismo”

nanga parbat

 

Tamara Lunger sulle orme di Nives Meroi. Tamara Lunger quest’inverno tenta l’impresa con Simone Moro: sono sul versante Diamir del Nanga Parbat e saliranno per la via Messner-Eisendle.

Un filo lega questa due alpiniste italiane. La Lunger potrebbe scrivere il suo nome nella storia del Nanga Parbat in invernale mentre Nives Meroi è stata la prima donna italiana a mettere piede sulla vetta dell’Ottomila pakistano. Era l’anno 1998, era in compagnia del marito Romano Benet.

Meroi ha scalato dodici delle quattordici Ottomila. E le ha scalate tutte senza l’uso di ossigeno supplementare e di portatori d’alta quota.

Un numero maggiore di ottomila è stato conquistato solo dalla coreana Oh Eun-Sun, dalla spagnola Edurne Pasaban e dall’austriaca Gerlinde Kaltenbrunner che hanno conquistato tutte le 14 cime. La Pasaban ha utilizzato in due occasioni l’ossigeno, mentre la conquista di tutte le vette per la coreana è controversa.

E’ Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana «Per gli eccezionali traguardi raggiunti nell’alpinismo di alta quota, un’attività che era rimasta a lungo prerogativa maschile» (anno 2010).

Ad agosto 2009 ha annunciato il proprio ritiro dalla competizione per la prima scalata femminile di tutti gli ottomila della terra. Il perché? Beh, lo disse ella stessa: «L’alpinismo di oggi perde proprio le caratteristiche del gioco come lo intendiamo noi, ovvero esplorazione di se stessi in contesti diversi. Il fatto che l’alpinismo himalayano femminile sia diventato una corsa con come unico obiettivo il risultato mi ha fatto decidere di non giocare più».

Ad oggi, comunque, le mancano, per completare l’ascesa dei 14 Ottomila, il Makalu e l’Annapurna.

 

Questo quanto scriveva Nives nei giorni antecedenti della salita alla vetta del Nanga Parbat: “Oggi c’è il sole. Una splendida giornata trascorsa leggendo un libro stesa il mezzo al prato, mangiando e facendo il bucato. Stamattina Kurt era in preda al raptus da fotografia, per ore è corso dietro ad una farfalla, sperando di riuscire ad immortalarla mentre si posava su un fiore. Fra un inseguimento e l’altro, questa abbondante e attempata vispa Teresa mi è passata a fianco dicendomi “sai, fotografare è un po’ come fumare: non riesci più a smettere!”. Proprio a me lo dice, che se avessi fra le mani un pacchetto di sigarette, me lo fumerei tutto intero. Domani si parte per tentare la cima. Per primi partiremo Romano, Fabio ed io, il 18 dovremmo essere al campo 4 e il giorno successivo tentare la cima; il 17, a due giorni da noi, toccherà a Luca e Maxi. Non abbiamo molto tempo; se qualcosa andasse storto, potremo fare ancora un tentativo soltanto perché il 25 luglio comunque sia andata, dovremo smobilitare tutto e tornare in Italia. Il tempo è sempre instabile, speriamo almeno che non peggiori ulteriormente. Siamo tutti un po’ silenziosi, ciascuno immerso nei suoi pensieri. Me ne sto seduta in tenda e guardo gli altri tutti indaffarati: chi prepara lo zaino, chi mangia, chi scruta la parete. Io spero di non aver dimenticato niente, di essermi riposata abbastanza e…boh!. ”Speriamo che me la cavo”. Chissà cosa proverei se riuscissi ad arrivare in cima?!”.

 

Una finestra su Tamara Lunger.

Così si presenta Tamara: “Sono nata il 06/06/1986 a Bolzano in Alto Adige. Sono la più grande di tre sorelle dei miei genitori Margareth e Hansjörg, cresciute a San Valentino in Campo. “Tamar” deriva dall’ebreo antico e significa “vita”.

Mio padre è un appassionato alpinista e scalatore, così già da bambina, nelle tante gite in famiglia, sono entrata in contatto con le montagne. Quando avevo due anni, mio padre incominciò anche a correre in bici, ottenendo pure tanti notevoli successi. Nei week-end, tutta la famiglia lo seguiva alle sue gare con tanta passione: si vede che sin da sempre l’agonismo ha fatto parte di questa famiglia!

Dopo aver preso la maturità al liceo scientifico (con specializzazione nello sport) a Vipiteno ho fatto una formazione di istruttore fisico a Hall in Tirol in Austria e di seguito ho deciso di frequentare l’università di Innsbruck (Austria) per studiare scienze dello sport. Dal 1999 i miei genitori gestiscono il rifugio Schutzhaus Latzfonser Kreuz qui in Alto Adige, dove, quando ho tempo, cerco di dare una mano durante i mesi estivi. Il tempo trascorso su questo rifugio ha scatenato il mio entusiasmo per le montagne e con gli anni il desiderio di montagne alte è cresciuto sempre di più. Ne ho praticati tanti di sport diversi, pure l’atletica leggera (due volte vice-campionessa italiana nel lancio di disco), ma la mia passione mi ha sempre più trascinato verso la montagna, cosicché nel 2002 ho incominciato con lo scialpinismo e le prime gare scialpinistiche. Come membro della squadra nazionale sono riuscita a vincere tanti titoli importanti: tra questi campionessa italiana nel 2006 e 2008, vice-campionessa nel 2007, ho vinto la Pierra Menta nel 2007 e 2008 ed anche il titolo di campione del mondo sulla distanza lunga nel 2008. Ogni istante in montagna mi fa vivere più consapevole, più intenso, più riconoscente. Dopo le numerose gare di scialpinismo ho cercato nuove sfide in alta montagna. È proprio lì dove mi sento a mio agio, dove mi sento libera, dove vivo una sensazione indescrivibile di gioia e di soddisfazione. Lo scalare in montagna non è solo neve e roccia, per me è la mia ragione di vita che mi fa vivere in modo più consapevole, più intenso e più riconoscente ogni istante che posso spendere in montagna. Ma la montagna per me significa anche rendere una certa prestazione. Chi una volta ha annusato aria d’agonismo, cercherà per sempre di superare i propri limiti, di porsi nuove sfide e non importa che si tratti di un “più veloce”, un “più difficile” o un “più alto”. Nel mondo femminile esistono ancora grandi possibilità per me perché solo poche donne vogliono affrontare una spedizione sulle vette più alte del mondo. Ma come già detto, per me non conta il misurarmi con altre alpiniste, bensì la sfida con me stessa. Che cosa sarò ancora capace di raggiungere, quanto difficoltoso può diventare il tutto, fino a che punto saprò sopportare gli sforzi fisici e psichici?

Mi attira il nuovo, lo sconosciuto e tutto ciò che non tutti fanno. Non solo la conquista di nuove vie e montagne mai scalate saranno le mie mete, ma vorrei anche provare una combinazione tra lo scalare in quota e il base jumping, un sogno che ho da tanti anni. Osservo comunque ogni particolare dal punto di vista della sicurezza, perché devo essere ben sicura di una cosa per poi volerla provare.

Già all’età di 14 anni avevo in mente il pensiero di scalare un ottomila e da sempre avevo una certa idea di come doveva essere. Esattamente così fu nel 2009 durante il mio primo soggiorno in Nepal. Da lì le cose erano chiare per me: era questo che volevo nel mio futuro e nient’altro.

Le montagne sono una parte essenziale della mia vita. Se parlo della montagna, mi agito e sento la voglia di far di più. È una passione profonda dentro il mio cuore e la mia testa è la forza esecutiva e trainante che mi fa credere in me stessa e nelle mie capacità. Ovviamente ci vuole anche tanto allenamento duro e la convinzione di poter compiere cose impossibili.

Anche se le mie imprese in montagna non vanno sempre a finire così come le vorrei io, perché la montagna spesso ti pone dei limiti, sono comunque molto grata di ogni minuto che posso viverci. C’è sempre qualcosa di positivo dentro ogni cosa, la montagna mi istruisce e mi rimprovera, mi fa capire tante cose ed ogni tanto mi ferisce, ma ogni piccola cosa è sempre un arricchimento per la mia vita, ogni piccola cosa mi rinforza e mi fa maturare”.

 

Questo il suo curriculum alpinistico:

 

2009  _  Island Peak (6189 m)

2010  _  la più giovane donna sul Lhotse (23 anni), con ossigeno

2010  _  Cho Oyu (8210 m), no vetta

2011  _  Khan Tengri (7010 m)

2012  _  Muztgah Ata (7546 m)

2012  _  Broad Peak (8047 m), no vetta

2013  _  Pik Lenin (7134 m)

2014  _  K2 (8611 m), senza ossigeno

2015  _  Tentativo di salita invernale sul Manaslu (8163 m) con Simone Moro. Durante l’acclimatazione ha aperto una nuova via in stile alpino sulla parete nord dell’Island Peak (6182 m) e prima ascensione del Kang Lemo Central (6100 m).

 

Vi proponiamo anche una Relazione (Storia alpinistica delle donne nel ‘900) che Nives Meroi presentò nel 1999 ad un convegno a Belluno:

“Il mio, più che un intervento, potrebbe essere l’inizio di un dibattito dal titolo: perché è mancata e manca tuttora una concreta presenza femminile in Himalaya.

Più di ogni altra, la storia dell’alpinismo himalayano è scritta al maschile, a cominciare dallo spirito romantico dei primi tentativi di Mummery, fino alle imprese eroiche nazionaliste strumentalizzate dai sistemi per affermare una presunta superiorità nazionale e razziale.

L’alpinismo himalayano è stato fin dall’inizio un terreno di gioco esclusivo per uomini.

Un episodio è rappresentativo: nel 1924 un’alpinista francese scrisse al Comitato Inglese per l’Everest, chiedendo di partecipare alla spedizione che stavano organizzando. Il Comitato, stupefatto per l’ardire, rispose che era impossibile accogliere richieste di signore di qualsiasi nazionalità, perché le difficoltà sarebbero state troppo grandi.

A parte qualche raro caso come la sfortunata spedizione femminile di Claude Kogan al Cho Oyu, le donne hanno incominciato a salire gli 8000 solo negli anni ‘70.

Nel ‘75 la giapponese Junko Tabei salì l’Everest a capo di una spedizione femminile, ma ad oggi poche sono state le donne che hanno segnato con la loro attività la storia alpinistica himalayana.

Qualche nome: Wanda Rutkiewich morta sul Kanchenjunga dopo aver salito nove ottomila, Allison Hergrawes, grande alpinista solitaria morta sul K2, Chantal Mauduit anche lei con 5 ottomila all’attivo e morta lo scorso anno. Altri nomi: Liliane Barrad, Maria Stremfelj, l’italiana Valentina Lauthier.

Comunque poche grandi figure, non attorniate né seguite da una effettiva presenza femminile.

Nella mia esperienza himalayana, anch’io ho incontrato pochissime donne.

Anche in campi base affollati come all’Everest, Cho Oyu o Shisha Pangma, su una popolazione di oltre un centinaio di alpinisti solo un 10% scarso era costituito da donne.

I motivi credo siano diversi.

Uno può essere il fatto che l’organizzazione è generalmente in mano agli uomini, che forse spesso discriminano la donna che offre meno garanzia di forza fisica, ma solo quella e forse neanche quella.

Un altro motivo può essere dovuto al fatto che in genere per un giovane è difficile far fronte gli elevati costi che una spedizione comporta, e quando, con gli anni, si raggiunge la disponibilità finanziaria che permette di partire (comunque a fatica, e con pesanti tagli alle spese nei bilanci familiari) , di solito a quel punto le donne sono già madri, e non se la sentono di lasciare i figli a casa e quindi rinunciano a favore del marito, per tradizione più libero di muoversi anche per lunghi periodi.

A volte è anche un limite che per prime si pongono le donne, non ritenendosi in grado di affrontare le fatiche e le difficoltà che una spedizione comporta.

All’interno di questo quadro, la mia situazione penso sia una delle più fortunate. Condivido questa passione con Romano, mio marito; e nelle mie spedizioni ho sempre incontrato persone –

anzi – uomini che non avendo bisogno di imporre il loro predominio, hanno permesso di non perdere tempo ed energie in sfide e beghe da campo base, per concentrarsi esclusivamente sulla salita.

Io al massimo, ho portato qualche chilo in meno nello zaino, ma il rapporto è sempre stato paritario: stessi doveri e stessi diritti.

Il problema è sempre stato più rivolto all’esterno, verso l’opinione pubblica che preferiva vedermi come l’elemento decorativo del gruppo, non ritenendomi adatta, in quanto donna, ad affrontare questo tipo di attività.

E questo rappresenta un’ulteriore limite all’espansione dell’alpinismo femminile in Himalaya.

Tuttora una donna, per porsi all’attenzione del pubblico, impiega più tempo ed energie di un uomo e in questo la responsabilità è anche della stampa.

Probabilmente il bacino d’utenza delle riviste di settore è maschile, e quindi generalmente fatto dagli uomini, per gli uomini. Parlare tanto di donne non sarebbe funzionale alle vendite.

E qui si innesca un meccanismo a catena, perché finché non si divulgano le seppur poche esperienze femminili, non si da la possibilità ad altre donne di acquisire dati, termini di paragone, e familiarità con questa forma di alpinismo.

Se fino ad ora nessuna donna è arrivata alla fine della gara per i 14 ottomila, questo non vuole dire che i risultati delle donne debbano essere trascurati, anche perché, e questo vale per tutti, non è detto che la bravura e la fantasia di un alpinista si misuri con le cime raggiunte.

Le regole del gioco, i metri di valutazione sono stabiliti da uomini, così come le regole comportamentali e le rigorose definizioni di stili (alpino/ himalayano, professionismo, spedizioni commerciali) un labirinto di regole sempre più ferree e alla fine sempre meno rispettate.

Ma se è vero che ciascuno vive l’alpinismo, come ogni altra attività umana, dall’interno del proprio orizzonte psicologico, emotivo, culturale, è evidente che ciascuno va in montagna con un diverso atteggiamento e una diversa finalità.

E forse io, come donna, quando voglio adeguarmi al modello maschile, continuo a ripetere l’errore di cercare in me qualità che non ho, trascurando di coltivare quelle che possiedo, che non sono né superiori né inferiori a quelle di un uomo, ma semplicemente diverse”.

 

E questo è il curriculum degli Ottomila:

 

1994 Prima salita, senza successo, ad un 8000, il K2.

1996 Primo tentativo all’Everest, non riuscito.

1998 Primo ottomila, il Nanga Parbat, in compagnia del marito Romano Bennet (prima donna italiana in vetta).

1999 Vetta dello Shisha Pangma.

1999 Vetta del Cho Oyu.

2003 È la prima donna a compiere la traversata dei tre ottomila Gasherbrum I, Gasherbrum II e Broad Peak.

2004 Vetta del Lhotse

2006 Vetta del Dhaulagiri

2006 Tentativo fallito all’Annapurna[14]

2006 Vetta del K2 (prima donna italiana in vetta)

2007 Vetta dell’Everest (prima donna italiana in vetta senza ossigeno)

2008 Tentativo fallito al Makalu (spedizione invernale)

2008 Vetta del Manaslu

2009 Tentativo abbandonato all’Annapurna

2009 Tentativo abbandonato al Kangchenjunga

2012 Tentativo fallito al Kangchenjunga

2014 Vetta del Kangchenjunga

 

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