Epurazione soci ebrei, il Cai vuol porre rimedio a ingiustizie

Il Club Alpino Italiano interviene nel Giorno della Memoria e scrive: "Ciò che avvenne a partire nel 1938 è sicuramente da condannare al fine di riammettere pubblicamente gli espulsi, riabilitarne e onorarne la memoria"

Riportiamo integralmente l’articolo riportato in data odierna su Lo Scarpone.

La Giornata della Memoria commemora in tutto il mondo le vittime dell’Olocausto ed è l’occasione di una riflessione anche per il Club alpino italiano, che negli anni del regime subì, come ogni organizzazione del nostro Paese, l’egemonia della cultura fascista. Già inglobato nel Coni, con il nome di Centro Alpinistico Italiano, dal 5 settembre 1938 anche il Sodalizio dovette attuare una serie di provvedimenti razziali che ebbero effetti tra le file dei suoi tesserati.

Fra loro vi erano escursionisti e alpinisti di ogni livello, uomini e donne, compresi alcuni personaggi di chiara fama. I casi più noti sono forse quelli del fiorentino Ugo Ottolenghi di Vallepiana, iscritto al Cai dal 1904 e socio del Club Alpino Accademico dal 1912, oltre che medaglia d’argento nella Prima guerra mondiale, e del compositore torinese Leone Sinigaglia, classe 1868, noto per la sua attività alpinistica e musicale, ma anche per essere stato testimone, in gioventù, della morte del principe delle guide del Cervino,Jean-Antoine Carrel, avvenuta nell’agosto del 1890.

A mitigare, almeno in parte, i nefasti provvedimenti antisemiti, fu però il comportamento di parecchi soci, incuranti delle leggi vigenti. Non tutti i tesserati del Cai, infatti, rimasero indifferenti alla cacciata di amici e compagni di cordata, e qualcuno si adoperò in favore dei soci discriminati dal fascismo. Tra i nomi più conosciuti, tra quanti si prodigarono per mettere in salvo gruppi di ebrei oltre confine, vanno ricordati quelli di Ettore Castiglioni – un’eccellenza dell’alpinismo di quegli anni – morto assiderato in alta Valmalenco nel marzo del 1944, nel tentativo di rientrare in Italia; ma anche quello di Gino Soldà, straordinario scalatore dolomitico e guida alpina. A questi vanno aggiunti tanti altri alpinisti che non sono mai giunti all’onore delle cronache e hanno operato in silenzio, in molte valli alpine e lungo la dorsale appenninica, quasi sempre nel più completo anonimato.

A distanza di molti anni, ciò che avvenne a partire nel 1938 è sicuramente da condannare al fine di riammettere pubblicamente gli espulsi, riabilitarne e onorarne la memoria. La fretta di ripartire e di voltare pagina dopo la guerra oggi non può più costituire e un alibi e una scusa per evitare di fare i conti con il passato. A ricordarci questo pezzo di storia del Cai è anche Lorenzo Grassi, giornalista e storico, autore del rapporto inedito L’epurazione dei soci ebrei della Sezione dell’Urbe del Centro Alpinistico Italiano che racconta dell’espulsione dal Sodalizio, a causa delle leggi antiebraiche, di almeno 150 soci.

Il presidente generale Cai, Vincenzo Torti L’obbligo di raccontare la verità è senza tempo. Le leggi razziali sono una pagina tra le più esecrabili della storia del nostro Paese. Quello che subirono numerosi nostri soci fu una terribile conseguenza di leggi assurde e inaccettabili. Gli Organi di vertice del Cai stanno valutando specifici indirizzi per quelle Sezioni in grado di recuperare documentazioni e ricostruire quanto accadde allora, per intervenire, per quanto possibile, a porre rimedio a queste gravi ingiustizie.

 

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