Allarmi Monviso: ghiacciaio Coolidge quasi estinto, crolli e Po in sofferenza
La tappa della Carovana dei ghiacciai di Legambiente

La crisi climatica lascia il segno anche sul Monviso, caso emblematico dell’instabilità in quota e della sofferenza dei ghiacciai. Tre alert rossi sintetizzano bene quanto sta accadendo sul Re di Pietra sopra i 3mila metri ma anche a valle: 1) il ghiacciaio del Coolidge quasi estinto, ormai declassato a glacionevato e non più misurabile, 2) la parete nord est del Monviso soggetta a frequenti crolli, e 3) la sofferenza del fiume Po, che nasce ai piedi di questa montagna, a quota 2000 a simboleggiare come montagna e pianura siano accomunate dallo stesso destino.
Il punto di Carovana dei ghiacciai
A denunciare ciò è Carovana dei ghiacciai di Legambiente che al grido “Non è caldo, è crisi climatica”, pronunciato alla sorgente del Po, ha aperto la sua ultima tappa in Piemonte sul Monviso, la vetta più alta delle Alpi Cozie con i suoi 3841 metri, accompagnata dagli esperti di Arpa Piemonte e dai guardia parco dell’Ente di gestione delle aree protette del Monviso.
Osservazioni in quota
Le osservazioni fatte in quota, la mattina prima del crollo della parete, parlano chiaro: sul Re di Pietra resta ben poco dei ghiacciai che un tempo dominavano la parete nord est. Del ghiacciaio del Coolidge, declassato nel 2022 a glacionevato, oggi restano solo delle placche di ghiaccio arroccate in una nicchia e circondate da un mare di rocce e detriti, mentre la montagna diventa sempre più instabile.
I dati di Arpa Piemonte
In particolate stando agli ultimi dati disponibili di Arpa Piemonte (dati 2022), il Coolidge Superiore è costituito da due ripide placche di ghiaccio indipendenti che coprono una superficie di circa 3.500/4.000 m2 in un caso e di circa 9.500/10.000 m2 nell’altro; lo spessore è difficile da valutare ma non sembra superiore a 4-5 metri. Per quanto riguarda il Coolidge inferiore, la superficie un tempo occupata da questo ghiacciaio è quasi completamente ricoperta da detriti rocciosi; solo nella zona sommitale affiorano piccoli lembi di ghiaccio.
Instabilità in quota
In quota preoccupa poi l’aumento di frane e crolli, la degradazione del permafrost e la conseguente instabilità delle pareti rocciose. Particolare attenzione va posta alla parete nord est del Monviso, una delle grandi pareti delle Alpi: con circa 1.200 metri di dislivello in rocce fratturate offre una notevole energia di rilievo per l’attivazione di frane in alta quota. Il crollo del 1° settembre non è un caso isolato.
I casi simbolo
Nel corso degli ultimi 36 anni sono stati diversi i crolli in questa area montana. Tra i casi simbolo, il crollo del ghiacciaio Coolidge superiore che la notte del 6 luglio 1989 è venuto giù portando con sé 200.000 metri cubi di ghiaccio, rocce e detriti. Altro crollo simbolo, quello del 26 dicembre 2019 della parete nord est del Monviso verificatosi alla sommità del Torrione del Sucai, indicativamente alla quota di 3200 m s.l.m, con 60.000/80.000 m3 di roccia crollata con massi di grandi dimensioni tra i 200 e 500 m3. I crolli che si sono verificati negli anni hanno portato alla chiusura temporanea del classico sentiero per il rifugio Quintino Sella.
Rock glacier serbatoi d’acqua dell’ambiente periglaciale
In quota, sottolinea Carovana dei ghiacciai, è stata osservata anche la presenza di rock glacier, particolari elementi geomorfologici costituiti da detriti rocciosi permeati da ghiaccio che si sviluppano nelle aree periglaciali a spese di falde detritiche e morene. Si tratta di veri serbatoi d’ acqua su cui andrà aperta un’importante riflessione.
Il Po in sofferenza
A valle intanto il fiume Po, che nasce ai piedi del Monviso, a Pian del Re, a 2.020 metri di quota, questa estate è stato il simbolo della sofferenza dei grandi fiumi la cui acqua arriva deriva da ghiacciai e neve. Secondo i dati Arpa Piemonte questa estate il fiume Po (a isola sant’Antonio), a causa della crisi climatica, ha registrato un deficit di portata del – 76%, a luglio del – 79%, mentre ad agosto, complici le piogge, si è attestato al – 40%.
I commenti
“I dati scientifici – dichiara Marco Giardino, vicepresidente della Fondazione Glaciologica Italia e docente dell’Università di Torino – ci dimostrano che in alta quota non vi sono solo rischi ma si possono trovare anche importanti risorse nell’ambiente glaciale e periglaciale. Il lago Chiaretto, importante risorsa idrica, ma la stessa cosa si può dire dei rockglaciers, ci testimoniano come l’alta montagna riceve acqua in profondità, la contiene e la potrà rilasciare quando i ghiacciai saranno scomparsi. Il messaggio che portiamo è di speranza e di attenzione per la montagna, la pianura e la comunità”.



