Denis Urubko, l’angelo custode degli alpinisti

Denis Urubko, un angelo custode sugli Ottomila. Il forte alpinista russo, naturalizzato polacco, da quelle parti è di casa. Nel 2009 è divenuto il quindicesimo uomo ad aver salito tutti i 14 ottomila ed il nono ad averli scalati senza ossigeno. Ha inoltre realizzato la prima salita invernale di due ottomila, il Makalu e il Gasherbrum II. Ha anche aperto tre nuove vie su tre diversi ottomila.

Insomma, lo conosciamo tutti: un mostro sacro dell’alpinista himalayano.

Ma Urubko non è solo un grande alpinista. Il kazako è un uomo sempre pronto a calzare scarponi e ramponi e salire su pareti, attraversare ghiacciai e seracchi, per tentare di salvare alpinisti in difficoltà. Nel giro di pochi giorni, infatti, si è reso protagonista di due salvataggi.

Il primo è quello dell’italiano Francesco Cassardo, bloccato sul GII insieme a Cala Cimenti. I due erano a 6.300 metri in attesa di un elicottero che non partiva. Così dal campo base parte Urubko, insieme a Don Bowie, Jaroslaw Zdanowich e Janusz Adamski. Sono saliti e insieme a Cimenti hanno trasportato Cassardo al Campo 1 a 5900 metri, lì hanno trascorso la notte con l’ossigeno portato dallo stesso Urubko. Un intervento provvidenziale. Il mattino dopo, finalmente, si alza l’elicottero e riesce a prelevare Cassardo portandolo al Combined Military Hospital di Skardu. Urubko e gli altri scendono a piedi. Salvataggio riuscito.

Trascorrono alcuni giorni e di nuovo Urubko è pronto a calzare scarponi e ramponi: c’è una coppia bloccata sul ghiacciaio del GII. Si tratta di Saulius Damulevicius (Lituania), con segni evidenti di edema polmonare, e  la sua compagna Natalia Zenina (Lettonia).

Stavolta Urubko parte col catalano Sergi Mingote, con bombole di ossigeno, farmaci, sacco a pelo e torce.

Ci impiegano poco ad individuare la coppia. Forniscono loro i primi soccorsi e pian piano iniziano la discesa. E giungono al campo base. Tutti sani e salvi. Un elicottero evacua poi Damulevicius, mentre la donna rimane al campo base.

E come dimenticare l’operazione di salvataggio dello scorso anno sul Nanga Parbat. Operazione che è valsa ad Urubko, insieme agli altri uomini del team, la Legion d’Onor francese, oltre ad altre onorificenze (in Polonia “L’ordine della Polonia restituta” e “l’Annual Climbing Award” da parte dell’American Alpine Club).

Erano ore drammatiche sul Nanga. Lassù, da qualche parte, c’erano due alpinisti che stavano lottando con la morte. Erano il polacco Tomek Mackiewicz e la francese Elisabeth Revol. I due, dopo anni di tentativi, avevano raggiunto la vetta, ma in discesa il polacco iniziò ad accusare malori. Da lì l’odissea di quei giorni.

Urubko era col team polacco al K2 per tentare la prima invernale dell’ultimo Ottomila a non essere stato scalato nella stagione fredda. Ovviamente Urubko è su quell’elicottero. Con lui Adam Bielecki, Jarek Botor e Piotr Tomala. Salvano la Revol, per Mackiewicz, più su sulla montagna, non c’è più nulla da fare.

Non sappiamo come chiamarlo, angelo custode, come lo abbiamo chiamato ad inizio articolo, eroe, uomo dal cuore grande.

E va detto che Urubko, in ogni operazione di soccorso era impegnato in suoi progetti. Progetti importanti. Nel 2018 si trattava della prima invernale al K2. Ora Urubko è al GII per aprire una nuova via. Ma i suoi progetti, senza pensarci due volte, li ha sempre messi in secondo piano. Prima cosa: c’è da salvare una vita umana!

Urubko e Bielecki con Revol sul Nanga Parbat

Per comprendere al meglio chi è Denis Urubko, queste sono le sue parole a caldo all’indomani dell’operazione sul Nanga Parbat:

C’era un sacco di ghiaccio ma siamo stati fortunati,  abbiamo trovato un sacco di corde, che hanno permesso una rapida salita. Abbiamo avuto l’opportunità, io e Adam, di aiutare un’altra persona, mostrando che siamo atleti, che siamo esseri umani. L’elicottero ci ha lasciato a 100 metri sotto il campo 1, ad un’altitudine di circa 4800 metri. In circa 8 ore siamo riusciti a trovare Elisabeth, era notte. Abbiamo fatto un grande sforzo, di cui siamo pienamente soddisfatti. Penso che ogni scalatore, in una situazione simile avrebbe fatto lo stesso come me e Adam. Abbiamo dovuto dare tutto. Abbiamo dovuto farlo.
Abbiamo trovato Elisabeth ad un’altitudine di 6000 metri, a circa 50 metri dal campo 2. Ho cominciato a urlare, c’era vento, è stato un vero miracolo, e poi ho sentito una voce nel buio. È stata una grande gioia, perché sapevamo che eravamo vicino a lei, e che eravamo in grado di aiutarla. È stato un miracolo. Elisabeth ha combattuto fino alla fine, scendendo giù. È una donna eccezionale.Per diverse ore ci siamo riposati in una piccola tenda da due persone. Le abbiamo dato un po’ d’acqua, medicine e si è addormentata appoggiandosi su di me. Adam ed io non abbiamo dormito.
I congelamenti di Elisabeth non sono troppo gravi, ho visto di peggio…
Per Tomek, a quel punto abbiamo dovuto decidere: o aiutare Elisabeth o continuare con poca speranza di trovare Tom. Le previsioni meteo non era buone per i giorni a venire. Era ovvio che siamo stati con Elisabeth, e abbiamo deciso di concentrarsi su di lei. Sia Adam e sia io non eravamo in grado di affrontare il soccorso per Tom. Elisabeth poi ci ha detto che era in pessime condizioni. Molto difficile da sopportare il pensiero che nessuno lo avrebbe più potuto aiutare.

Ma possiamo andare ancora indietro nel tempo. E Urubko è sempre lì a dare una mano. Era il 2001 e Urubko era con Simone Moro a tentare la traversata Lhotse-Everest. L’italiano partì per salvare la pelle all’inglese Tom Moore, Urubko nel frattempo recuperò un’alpinista polacca che non riusciva più a muovere un passo verso il campo base. Moro spese tutte le sue ernegie e rinunciò alla traversata. Denis invece arrivò sulla vetta del Lhotse, ma non continuò la traversata e disse a Moro:

L’avevamo pensata insieme, e se tu non ce l’hai fatta perchè hai salvato una persona, rinuncio anche io e ritenteremo.

Possiamo dire una sola cosa, noi tutti… Grazie Denis!

Il Direttore

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