Renato Casarotto, che avventura sul trittico del Freney!

Partì il 1° febbraio, da solo, per questo concatenamento che lo portò (con uno zaino da 40 kg sulle spalle) il 14 febbraio in vetta al Monte Bianco e poi giù sino a Chamonix

Renato Casarotto e quell’avventura chiamata Trittico del Freney. Nel 1982 Casarotto compie un concatenamento, un trittico, a cui pensava già da diversi anni. Si trattava del concatenamento in solitaria invernale di tre vie impegnative nel bacino del Frêney, senza averle scalate in precedenza. Casarotto lo aveva tentato invano già nel 1980 iniziando dalla cresta sud dell’Aiguille Noire de Peuterey, ma si era dovuto fermare alla torre Welzenbach. Nel 1982 lo ritenta, questa volta per la parete ovest dell’Aiguille Noire.

L’avventura

Il 1º febbraio 1982 inizia l’avvicinamento alla base della parete, con uno zaino da 40 kg, contenente una tendina e l’attrezzatura e i viveri per molti giorni di scalata. È senza radio e non ha predisposto depositi di rifornimenti. Il giorno successivo attacca la via Ratti-Vitali sulla parete ovest dell’Aiguille Noire de Peutèrey. La sera del 4 febbraio ne raggiunge la cima, dorme nella tendina e il giorno successivo inizia una difficile calata verso il ghiacciaio del Freney, per poi risalirlo, il giorno 6, fino all’attacco della via Gervasutti-Boccalatte al Picco Gugliermina.
Dal 7 al 9 febbraio sale la via Gervasutti-Boccalatte, in condizioni di forte innevamento, e l’ultimo giorno sotto una nevicata. Raggiunge quindi l’Aiguille Blanche de Peuterey e si cala al Col de Peuterey dove bivacca in una truna.
L’11 febbraio attacca la via Bonington al Pilone Centrale del Frêney. Dopo due giorni giunge alla base della Chandelle, il tratto più impegnativo della via. Supera questa parete in difficili condizioni meteorologiche e il 14 febbraio raggiunge la vetta del Monte Bianco, immersa nella nebbia. Il giorno successivo scende a Chamonix lungo il versante francese, che non aveva mai percorso prima.

Casarotto e la montagna

Cose grandiose. In inverno. Da solo. Con sulle spalle zaino di 40 chili e nessun collegamento con il mondo esterno. Tutti gli resero onore, tutti dissero che si trattava di un’impresa stupefacente che sarebbe rimasta per sempre nella storia. E così è stato.
Casarotto, è questo che colpisce al di là dell’impresa ardua, entrava in simbiosi con l’ambiente, con la montagna. Un tutt’uno. Sul Freney. Ma non solo. Tutte le sue imprese, dalle Dolomiti a quelle extra-europee, hanno questo comun denominatore.

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