Ricordando Giuliano De Marchi

Era diretto sull’Antelao, nelle Dolomiti cadorine, per un’uscita di scialpinismo in solitaria. Era il 2009. Inizi di giugno. Il 5. A sera non rientrò e cominciarono così le ricerche, ostacolate dal maltempo. Dopo due giorni fu ritrovato in fondo ad un canalone con le pelli ancora agli sci. E una profonda ferita alla testa. Aveva 62 anni l’alpinista Giuliano De Marchi.

Giuliano De Marchi

Nato a Conegliano Veneto nel 1947, bellunese d’adozione, professione medico urologo presso l’ospedale di Belluno.  Aveva arrampicato un po’ dappertutto, dalle Dolomiti, dove aveva aperto diverse vie, alle Alpi, allo Yosemite, in Alaska, sull’Himalaya.

Aveva salito 3 Ottomila, più altri tentativi su altri colossi della Terra.

Nell’aprile 2007 con Michele Barbiero la spedizione nelle lande ghiacciate dell’Alaska, dove realizzarono la prima traversata italiana del McKinley. Una bella cavalcata di 120 km in stile alpino, compresa la vetta.

Attraversare da nord a sud questo gigante di granito è stata una gioia infinita, ho un entusiasmo profondo, come essere tornato bambino.

 

Giuliano De Marchi era Accademico del CAI e tra i fondatori di Mountain Wilderness. Nel 2005 il Premio, con lo scrittore Mario Rigoni Stern, Pelmo d’oro.

Nel 2004 era vicecapospedizione al K2. Protagonista anche due prime salite in Karakorum, di prime invernali.

In Nepal è stato realizzato un ambulatorio che porta il suo nome. A Kirtipur.

Nel 2010 il premio al compianto Giuliano De Marchi “Una vetta per la vita”.

Amava il vino, era appassionato di astronomia e di natura, particolarmente di uccelli. Vedeva nella natura qualcosa di sacro. Voleva viverci in simbiosi, già da bimbo si avventurava e restava a dormire da solo nelle malghe.

Sempre pronto per gli altri, anche in tema di soccorsi. Nel 1980 sull’Everest salva la vita a un giornalista-alpinista del Gazzettino accompagnandolo dal Campo 3 al campo base e curandolo. Nel 1991, al suo terzo tentativo all’Everest, giunto a 8400 metri di quota, rinuncia alla cima per scendere con il compagno in difficoltà.

Il suo darsi agli altri era routine, come uomo, come medico. E non si vantava delle sue imprese. Erano sue esperienze, intime, anche quando non si raggiungeva la vetta.

La cima è quasi sempre il terminale delle tue emozioni in montagna, ma non è tutto. Per me la montagna significa anche l’ambiente che mi circonda, il luogo in cui esprimere la mia fisicità, sentire un benessere interiore, trovare un’armonia, una pace con me stesso e gli altri.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*

Articoli correlati

Back to top button