Simone Moro: Inutile chiudere o vietare la montagna. Serve solo a pulirsi la coscienza

Simone Moro in una intervista a La Stampa del 22 luglio scorso interviene sull’emergenza climatica in montagna e dice il suo punto di vista a riguardo. Tema attualissimo, dopo la tragedia in Marmolada, le chiusure al Cervino e sul Monte Bianco…

Vi riportiamo uno stralcio di quanto afferma

Simone Moro Allarmismo giustificato, finché non si reagisce al problema con chiusure e proibizioni della montagna tanto per pulirsi la coscienza. Certo che esiste il surriscaldamento globale: è talmente evidente, nessuno può negarlo. L’uomo è solo un acceleratore di un processo naturale. In 30 anni di attività alpinistica ho dormito su tutti i ghiacciai del pianeta, dalle Alpi al Caucaso alle Ande alla Patagonia fino all’Antartide. Ho visto con i miei occhi il ritiro ma soprattutto l’assottigliamento dei ghiacciai. È come se dallo spessore di 20 coperte si siano ridotti a quello di un lenzuolo, con tutto ciò che ne consegue. Come accaduto sulla Marmolada, il cui ghiacciaio si è aperto come un’anguria. Altro che crollo di un seracco come molti hanno detto. Con i divieti non solo il problema non si risolve, ma si sposta sulle montagne: è una spirale pericolosissima. Senza contare che i divieti in quota creerebbero solo un gruppo di fuggiaschi. Senza educazione, la gente continuerà a morire per crollo delle pareti o di nevai apparentemente innocui. Sarebbe come sperare di risolvere il problema degli incidenti stradali impedendo alla gente di guidare la macchina, o vietare i matrimoni per evitare i divorzi. Quella di normare un ambiente naturale non è certo la soluzione.
Non certo le bandiere rosse paventate in maniera folkloristica da qualche governatore, come si fa sulle spiagge quando c’è mare grosso. Il fatto è che bisogna cambiare approccio alla montagna. Adattare il proprio comportamento alle mutate condizioni climatiche per limitare i rischi, che sono connaturati all’alta quota. Il rischio zero non esiste. Più che nuove norme, che già ci sono, bisognerebbe fare cultura. La montagna non è un’alternativa di svago, è un ecosistema vivo da preservare: andrebbe insegnato che sono proprio i comportamenti di ciascuno di noi a incidere sul pianeta. Il compito di educare alla montagna? In realtà una figura unica sarebbe limitante. Di certo le guide alpine sarebbero titolate a farlo. Così come il CAI, che ha nel suo statuto la promozione della montagna. Potrebbero farlo anche geologi e glaciologi, o gli stessi alpinisti. Dopo di che ci sarebbe da cambiare anche la narrazione delle terre alte: non se ne può più della “montagna assassina” in prima pagina solo quando accadono fatti di cronaca.

L’INTERVISTA INTEGRALE SU LA STAMPA

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