Simone Moro: notte agitata al Gasherbrum

Simone Moro e Tamara Lunger sono al campo base del Gasherbrum con l’obiettivo di realizzare la traversata GI e GII

 

simone moro

 

Vento, traccia perduta, freddo da battere i denti, distacchi di neve, tende distrutte. Il Gasherbrum e l’inverno sugli Ottomila, si sa, non sono per tutti. Sacrificio, resistenza, pazienza, coraggio… Moro lo sa, ecco cosa dice dal campo base del GI.

Notte agitata quella che ci siamo lasciati alle spalle. Il vento è stato decisamente il protagonista, ci ha tenuti svegli tutta notte, distrutto la tenda Toilet e la tenda Doccia. Tutto il resto ha resistito perfettamente. L’esperienza mi aveva suggerito di posizionare il campo base in un avvallamento profondo, sede estiva del torrente che nasce dal ghiacciaio. Questa posizione riparata è stata preziosa e provvidenziale questa notte. Con il vento anche le nevicate degli ultimi giorni avevano coperto i nostri bagagli e i bidoni in plastica contenenti le provviste. Nulla di grave, bisognava spalare e far riemergere tutto e Tamara si è fatta carico di gran parte del lavoro. Nonostante il cattivo tempo abbiamo voluto tornare sul ghiacciaio e provare a salire. Tutta la nostra traccia era sparita, tutto il lavoro delle due settimane precedenti cancellato e abbiamo dovuto ricominciare da capo, spesso senza riferimenti e con un nuovo pericolo, le grosse placche a vento create proprio dal protagonista della notte. Dopo circa un’oretta di partenza dal campo base e alcuni tipici rumori di cedimenti della neve sotto i piedi ( il classico VOOM!) abbiamo provocato un pericolosissimo distacco che seppur di dimensioni non enormi poteva esserci fatale. Noi eravamo a valle in un canale e tutto il pendio sopra di noi ha ceduto ed è scivolato verso di noi fermandosi praticamente ai miei piedi. Un avvertimento chiaro! Fossimo stati sopra uno dei tanti seracchi pendenti del ghiacciaio sommitale, un distacco così sotto i piedi significa scivolare fino sl bordo del seracco e poi cadere sotto nel crepaccio e venire sotterrati da tutta la placca di neve. Dietro front, tornati al Base. Le invernali non sono un “gioco” per chi osa di più ma per chi ha più pazienza e saggezza. Sono davvero ascensioni per pochi, qua ti salta il tappo velocemente. Non si tratta di essere esposti al freddo per pochi minuti al giorno ma costantemente per mesi, no stop, isolato dal mondo e dalle comodità basilari, dove non è il grado di difficolta a definire la prestazione (magari fosse una questione di numeri e gradi) ma di resilienza e resistenza. Chi non ha mai provato, credetemi, non può ne capire ne immaginare. Nulla di eroico ma attenti a non ridurre il tutto alla sola bassa temperatura. I polacchi che hanno inventato questa specialità sono stati davvero “degli ice warriors” e a loro va la mia assoluta ammirazione. Aver raccolto da loro eredità ( oggi anniversario mia prima invernale alla cima del Shisha Pangma dopo 17anni di insuccessi precedenti) significa ogni volta caricarsi di un peso gigante. Nonostante 16 spedizioni invernali, ogni volta mi viene richiesto il massimo dello sforzo fisico e mentale unito da quello decisionale. Ora aspettiamo il bel tempo. La testa adesso non è più solo al crepaccio in cima al ghiacciaio e alla scaletta da trasportare per attraversarlo, ma ora anche ai distacchi spontanei di neve. Tutto va considerato e affrontato nei prossimi giorni.

fonte/foto: facebook simone moro

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