Spedizione italiana al K2 il prossimo inverno. Fantastichiamo e parliamone…

D'altronde è la nostra montagna e i presupposti ci sono. La squadra è da paura: Messner (capospedizione), Moro, Barmasse...

Correva l’anno 1954, l’Italia era uscita a pezzi dalla seconda guerra mondiale e, leccandosi ancora le ferite, stava cercando di rialzarsi in tutti i modi. Nel ’51 si era messo fine al Piano Marshall e ormai si stava realizzando quello che fu chiamato poi il Boom economico italiano, il quale ebbe il picco proprio a fine anni ’50 e si protrasse sino a tutto il decennio successivo. L’Italia da Paese sottosviluppato, dall’economia principalmente agricola, divenne in poco tempo una potenza economica mondiale.

 

La spedizione del 1954

In questo quadro va inquadrata la spedizione italiana al K2 del 1954, una spedizione patrocinata dal Club Alpino Italiano, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, dall’Istituto Geografico Militare e dallo Stato italiano. Gli italiani il 31 luglio di quell’anno misero piede sulla vetta della seconda montagna della Terra (8.609 mt). Capitanata da Ardito Desio, la vetta fu raggiunta dalla coppia Achille Compagnoni e Lino Lacedelli e determinante fu il contributo di Walter Bonatti e Amir Mahdi (conosciamo tutti le polemiche, gli straschichi di quella spedizione).
C’era a quell’epoca una generazione di alpinisti con la A maiuscola. Quelli al campo base del K2 e altri che rimasero a casa.

 

 

Arrivati ad oggi

Ok, terminato preambolo: arriviamo ad oggi.
L’Italia sta vivendo una delle pagine più drammatiche e tristi della sua storia, in molti paragonano il Coronavirus a una guerra mondiale. L’Italia sta pagando un prezzo altissimo dalla pandemia e quando il virus sarà debellato (perché sarà debellato, come tutte le epidemie) l’Italia dovrà ripartire un’altra volta. Economicamente parlando. Ma non solo! Son sicuramente cambiati i tempi, una grande impresa sportiva probabilmente non ha lo stesso sapore e valore culturale, sociale, psicologico di allora. Ma chissà!
Vabbè, andiamo al punto.

 

L’ultimo Ottomila a resistere è la Montagna degli Italiani

Voi come la vedete la cosa? I presupposti ci sono, una spedizione invernale tutta italiana al K2. L’unico Ottomila a non essere stato salito ancora nella stagione fredda.
D’altronde non è la nostra montagna? E allora perché non andiamo di nuovo a metterci il Tricolore in vetta?

 

La Squadra

La squadra? Beh, avremmo praticamente un team corazzato.

 

Il (o i) capospedizione

Partiamo dal capo spedizione o guru. Abbiamo un tale che si chiama Reinhold Messner. Il Re degli Ottomila. L’anno scorso Krzysztof Wielicki ha capitanato la squadra polacca nel tentativo al K2. Wielicki, classe 1950. E lo stesso Wielicki potrebbe esserci ancora nel novero del team della prossima spedizione. Messner, classe 1944, sarebbe l’uomo perfetto per questa avventura. E diciamo di più: potrebbe essere anche coadiuvato in tale impresa da un altro colosso (e suo amico e compagno di spedizioni): Hans Kammerlander, classe 1956. 

 

 

I pezzi da novanta

Andiamo avanti. Altro punto a nostro favore: in Italia abbiamo un altro pezzo da novanta, il Re delle invernali. E qui di che si sta parlando? Proprio di invernali. Simone Moro proprio in questi giorni ha riaperto ad un eventuale tentativo al K2, dopo che lo aveva accantonato a causa del (preoccupante) sogno della moglie. Moro, 4 invernali all’attivo, mettererebbe il sigillo, la ciliegina sulla torta, alla sua carriera.
Lo so, lo so, tra i due negli ultimi tempi ci sono stati dissapori e poi è un cavallo impazzito; ma è uno dei migliori in circolazione al momento (e un angelo custode se le cose dovessere mettersi male per qualcuno del team). Parliamo di Denis Urubko. Russo, naturalizzato polacco, vive in Italia da tempo. Nella bergamasca. Ha due prime invernali all’attivo, proprio con Simone Moro. Il suo nome parla per lui…

 

  • simone moro
  • Denis Urubko
  • Cala Cimenti
  • tamara lunger
  • simon messner

Gli altri

Poi per il resto del team di alpinisti non abbiamo sorta di problemi. Abbiamo tanti cavalli di razza. Ne annoveriamo qualcuno, ma la lista potrebbe allargarsi ad altri.
Vediamo un po’: che di dite di un Hervé Barmasse? Marco Confortola? E Francois Cazzanelli e Francesco Ratti? Possiamo aggiungerci Marco Camandona, Danilo Callegari.
C’è tutta una generazione di giovani che hanno già fatto tanto, stanno facendo e vogliono fare ancora tanto.
C’è Simon Messner, il figlio di Reinhold, che ha già una bella esperienza sui Seimila.
C’è Tamara Lunger. Ha avuto sinora un buon maestro, ha sfiorato per poco la prima invernale al Nanga Parbat.
E Simon Gietl? Nominato alpinista italiano del 2016, ha l’arrampicata nel sangue. Reduce da poco dalla prima solitaria invernale delle Tre Cime di Lavaredo. Insomma, uno tosto. E ha nella propria valigia anche Seimila pakistani e Cinquemila peruviani.
C’è poi Carlalberto (Cala) Cimenti. Beh, pure qua si va sul sicuro: diversi Ottomila, l’Ama Dablam, discese estreme con gli sci, il primo italiano nel 2015 a ricevere lo Snow Leopard (riconoscimento che la Federazione alpinistica russa concede a chi scala le 5 montagne oltre i 7.000 metri sul territorio dell’ex Unione Sovietica).
Poi possiamo aprire un altro cassetto delle meraviglie. Dentro tanti bei nomi, tutti facenti parte della stessa famiglia. I Ragni di Lecco.
Insomma, potremmo continuare con i nomi. Da questa breve disamina, pare non mancare nulla ad una potenziale e fantasiosa spedizione italiana al K2.
Su Cai, sponsor vari, Stato, crowfounding, società, associazioni, fondazioni, privati… qualcuno ci faccia un pensierino, ma bisogna darsi una mossa, i polacchi (e non solo loro) sono dietro l’angolo.
D’altronde, ma davvero, cosa manca a noi italiani per questa straordinaria impresa? Che ne dite?
Il Direttore

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