25 aprile: la montagna, i rifugi e la resistenza

Pubblichiamo integralmente l’articolo pubblicato oggi 25 Aprile su Lo Scarpone:

Cai In occasione dell’anniversario della liberazione d’Italia, il 25 aprile, pubblichiamo un approfondimento sul ruolo dei rifugi durante la resistenza, scritto da Luca Gibello dell’Associazione Cantieri d’Alta Quota.
Il saggio è tratto dall’opera “I Sentieri per la libertà”, edizioni Cai  e RCS/Solferino.

 

Erano – e spesso lo sono ancora – il principale punto di riferimento delle pratiche del costruire in alta quota. Prima della realizzazione, soprattutto dal secondo dopoguerra, degli attestamenti degli impianti di risalita o di altre infrastrutture, talvolta erano l’unico baluardo dell’antropizzazione dell’estremo. Al di là della loro funzione di punto d’appoggio per coloro che davano l’assalto alle vette, già all’epoca costituivano una meta per chi amava i monti pur non praticando l’alpinismo. Persone che vivevano il rifugio – e la montagna più in generale – come metafora dell’altrove, ovvero di un’evasione da quello che sarebbe poi diventato il tran tran della vita quotidiana; un’evasione certo non esotica, magari a non molti chilometri dalla porta di casa, lì nei fondovalle o poco più giù, dove aveva sede la sezione CAI o l’associazione di appartenenza che aveva costruito la struttura. Per loro, privi di grandi mezzi, andare al rifugio equivaleva a una festa, una sorta di pellegrinaggio laico che talvolta si iterava durante la bella stagione.

Anche per queste ragioni, dopo l’8 settembre 1943 i rifugi – e tutto il territorio alpino in senso più lato – divengono fatalmente quell’altrove in cui può operare, con qualche margine di manovra, la Resistenza. «Alcuni giornali fascisti repubblicani denunziarono il CAI come complice dei partigiani. In verità, i 380 rifugi delle Alpi e dell’Appennino furono i quartieri generali migliori per la lotta. I custodi dei rifugi e le guide del CAI furono attivi partecipanti e cooperatori dei patrioti nelle operazioni, e nei collegamenti dalla pianura alla montagna, da valle in valle con la Svizzera e coi partigiani francesi». Sul versante francese, addirittura, alcuni di essi sono occasionalmente trasformati in ospedali, trasferendovi le popolazioni dei villaggi in fuga dai bombardamenti alleati o dalle rappresaglie naziste. Tralasciando alpeggi, case e baite, e concentrando l’attenzione sui ricoveri in quota (con una certa approssimazione, sopra il margine dei boschi e comunque oltre i 1500 metri), si nota che sebbene solo una parte di essi rientri nelle geografie partigiane, tuttavia quasi tutti, alla fine delle ostilità, conoscono una sorte più o meno tragica: dai furti ai vandalismi, dalle devastazioni alle distruzioni. Il loro essere unico riferimento – in genere incustodito, durante la guerra – in un territorio naturale, li rende bersagli evidenti e ‘facili’. Non solo da parte dei nazifascisti che li considerano a priori covi, reali o presunti, di ribelli (intorno ai quali occorreva ‘fare il vuoto’, come dicevano in gergo poliziesco), ma anche da parte di sbandati o, talvolta (pensando alle razzie di beni mobili), degli stessi valligiani ridotti allo stremo delle forze. I danni di guerra interessano quasi invariabilmente le strutture di tutto l’arco alpino. Perché anche a est, laddove le maglie militari erano più strette, qualsiasi rifugio sulla cui strada fosse transitata una pattuglia incorreva quasi sistematicamente in una depredazione o rappresaglia, magari anche solo per fare terra bruciata nelle operazioni di ritirata.

Alla fine il bilancio è pesante, e i vandalismi proseguono anche oltre il 25 aprile 1945. «Furono totalmente distrutti 81 rifugi appartenenti a 35 sezioni; parzialmente distrutti, ossia con buona parte delle strutture murarie utilizzabili, 19 rifugi appartenenti a 11 sezioni; subirono danni parziali al fabbricato e agli arredi 156 rifugi [pari al 64% degli stabili facenti capo al CAI]. Per il complesso sono calcolabili danni ai fabbricati per lire 72 milioni ai valori del 1943. Le asportazioni e le distruzioni di arredi di proprietà delle sezioni ammontarono, secondo le denunce, a lire 44 milioni presumibilmente, ridotto ai valori del 1943 […], a cui vanno aggiunti i deperimenti successivi e gli ulteriori danni per saccheggi. Agli inizi della stagione estiva del 1945 i danni totali subiti dalle sezioni del CAI per i soli rifugi si potevano ritenere quindi assommanti a lire 440 milioni (valuta del 1945)».

La tipologia dei danni è tristemente monotona e una rassegna si ridurrebbe alla sterile compilazione di un elenco. Se, infatti, i riscontri degli inventari sono piuttosto puntuali e agevolmente reperibili attraverso le fonti, più difficile risulta ricostruire la logistica e le azioni che si dispiegano intorno ai rifugi. Proviamo a soffermarci laddove se ne ha traccia, viaggiando da ovest verso est. Non prima di aver rilevato che, per ironia della storia, alcuni di essi erano stati interessati dal Piano quadriennale dei lavori nelle Alpi Occidentali (1937-41): un’iniziativa di ampio respiro, poi interrotta e conclusa solo nel dopoguerra, finalizzata a migliorare l’offerta ricettiva, che prevedeva la costruzione (o ricostruzione) di 44 rifugi, l’ampliamento di 12 e la ristrutturazione di 26 nell’arco che andava dal Colle di Tenda al Passo di San Giacomo. E ancora, occorre tenere presente che il rapporto tra rifugi e Resistenza va indagato anche alla luce della memoria, ovvero nelle ricorrenze dei nomi di coloro cui sono dedicati.

Partendo proprio dalle valli cuneesi che hanno visto il formarsi dei primi gruppi partigiani, il rifugio Marchesini-Federici al Pagarì (2627 m), in Valle Gesso, ospita dal 22 agosto al 10/12 settembre 1944 una ventina di partigiani, ripiegati in quota per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi. La struttura è in ottimo stato ma sprovvista di viveri, utensili da cucina, stoviglie e pagliericci: il drappello dorme direttamente sulle reti, adibisce a casseruole e piatti elmetti e lattine lì abbandonati dalla guardia di frontiera all’indomani dell’armistizio, ricava forchette dalle perline di rivestimento. «Le condizioni di sopravvivenza sono difficilissime. I pidocchi infestano tutti. Trenta chili di farina sono l’intera provvista alimentare (per 20 uomini per 15-20 giorni!). Sanino scende allora al Gias del Muraion e riesce a recuperare, con infinite discussioni e cedendo una sua cassa da ufficiale abbandonata l’8 settembre, del grasso di pecora e un’intera pecora dal pastore transumante. Così, negli elmetti, Carilli (già cuoco dell’esercito a Valdieri nel ‘43) cuoce nell’oleoso grasso di pecora le frittelle di farina ed acqua, ben attento che il fumo non salga e possa identificare la presenza umana. Quaranta, all’insaputa dei compagni, getta un poco di cenere nell’elmetto per arricchire il tutto di sali minerali. Il grasso di pecora puzza, ma la fame è tanta, e nessuno si lamenterà se sarà colpito da un poco di stitichezza!». In seguito, il rifugio sarà presidiato dai repubblichini fino alla vigilia della liberazione.

A valle, poco distante, nel paese di Valdieri, grazie all’impegno di Dante Livio Bianco, del fratello Alberto, di Duccio Galimberti e una decina di altri compagni si organizza il comando di “Italia libera”. In memoria di Livio Bianco, che alla morte di Galimberti subentra alla guida piemontese della I divisione Giustizia e Libertà e che poi cadrà in montagna nel 1953, nel 1963 è costruito l’omonimo rifugio sopra Valdieri, nell’alto Vallone della Meris (1910 m), laddove sorgeva il bivacco Monte Matto, distrutto da un incendio subito dopo il conflitto.

La controffensiva partigiana di Giustizia e Libertà che porterà alla liberazione di Cuneo è guidata dalla brigata Valle Stura-Carlo Rosselli, capitanata da Nuto Revelli, in precedenza riorganizzatasi in Francia. La fuga Oltralpe, costretta dai rastrellamenti tedeschi in Valle Stura del 17-27 agosto 1944, avviene a tappe forzate e sempre di notte attraverso il vallone dell’Ischiator, al cui centro si trova la base operativa del rifugio Migliorero (2100 m), che funge da punto di adunata: vi convergeranno da basso circa 400 uomini, di cui solo 100 in quel momento sarebbero stati in grado di combattere. L’edificio, lussuosissimo e completato appena nel 1937 come vero e proprio albergo di montagna con tanto di camerieri in giacca bianca, era stato lasciato incustodito e fu completamente saccheggiato: dagli arredi fino al crollo di una parte del tetto; al punto che, prima della sua ricostruzione, ospiterà nel salone centrale un pastore col suo gregge.

Più a nord, in Val Pellice, la meravigliosa, accogliente e ampissima Conca del Prà, nascosta agli sguardi dal basso per le sue caratteristiche orografiche e la posizione defilata, ospita nei suoi alpeggi a più riprese gruppi di partigiani che beneficiano anche di lanci aerei di materiale da parte degli alleati. Qui, sempre nell’ambito delle operazioni dell’agosto 1944, i reparti tedeschi catturano 6 resistenti che saranno fucilati il giorno seguente a Torre Pellice, mentre un po’ più su, al rifugio Granero (2377 m), in ottobre un altro cadrà combattendo in difesa di una missione alleata. Così, in ricordo di tutti i caduti per la libertà delle valli Pellice e Germanasca dal 1940 al 1945, nel 1950 verrà inaugurato, sul limitare nord della conca, il rifugio Willy (Guglielmo) Jervis (1732 m). «Il nuovo rifugio sarà quindi casa e tempio assieme. Casa ospitale e pulsante di vita che sempre accoglierà alla partenza ed all’arrivo dalle escursioni i piccoli uomini e tempio di ricordanza dei grandi scomparsi che non sono più. In questo ambiente austero i ‘pellegrini delle altezze’, di qualunque Nazione e credo politico o religioso essi siano, si ricordino che la montagna deve essere salita non solo colla forza dei muscoli, ma colla purezza della mente e del cuore e trovino quella fraternità di anime e di spiriti per la quale è da augurarsi che altro sangue non abbia ad essere versato invano»5. Ma in onore all’ingegnere alpinista napoletano di origine inglese, da tempo stabilitosi nelle valli valdesi e tra i primi a organizzare la Resistenza, fucilato da un plotone di esecuzione a Villar Pellice il 6 agosto 1944 dopo quasi 5 mesi di prigionia e torture, fin dal 1946 sarà eretto un rifugio in Valle Orco (2250 m), sopra Ceresole Reale.

È invece in ricordo dell’omonima divisione guidata dal noto filatelico torinese Giulio Bolaffi che, a distanza di 50 anni, verrà costruito il rifugio Stellina (2610 m), nei pressi del valico del Moncenisio, alla testata della Val Cenischia, teatro delle operazioni. Passando dalla Val di Susa alle Valli di Lanzo, l’episodio più drammatico riguarda il rifugio Bartolomeo Gastaldi (2659 m), uno dei più antichi e prestigiosi di tutto il settore alpino occidentale. Presidiato dal distaccamento di frontiera “Pierino Savant”, nell’autunno 1944 offre riparo ai partigiani dell’XI e XIX brigata Garibaldi nel corso dello svallamento in Francia. Nelle sue memorie partigiane, Carlo Carmagnola evoca l’arrivo con i compagni, «tutti in fila indiana sulla mulattiera del Pian della Mussa. […] Al rifugio giungiamo verso sera. Nevica fitto. I nostri compagni ci accolgono fraternamente, ci danno perfino da mangiare – un po’ di polenta e formaggio – un bicchiere di vino. […] Ci buttiamo a dormire in un qualunque luogo – sulle reti metalliche delle brande, sulle panche, sui tavoli, a terra». In seguito ha luogo uno scontro con una compagnia del battaglione guastatori alpini “Valanga” della X Mas e, nella fuga verso la Francia, presso il Col d’Arnas perde la vita per le ferite riportate il garibaldino Celso Miglietti, mentre il rifugio è colpito da lanci di mortaio e, nella notte tra il 3 e il 4 ottobre, è dato alle fiamme. Infine, nell’aprile 1945 il sito è raggiunto dall’alto da un gruppo comprendente anche soldati francesi che fa saltare la teleferica utilizzata dai nazifascisti per fortificare la linea di frontiera.

Spostandosi in Lombardia, è soprattutto la Valsassina, teatro di aspri scontri (dove opera Riccardo Cassin al comando del Gruppo rocciatori delle Grigne), a pagare il tributo più alto: ben 10 le strutture distrutte e bruciate da reparti SS e fascisti già dall’ottobre 1943. Proprio qui si registrano i comportamenti coraggiosi dei custodi. Giovanni Agostoni viene prelevato dall’abitato di Pasturo nel giugno 1944 e condotto al rifugio Brioschi (2403 m), ritenuto a torto base partigiana, da un commando di nazifascisti che lungo il percorso incendia il rifugio Tedeschi (oggi Antonietta) al Pialeral (1400 m) e consuma generi alcolici razziando alcune ville. Assecondando l’euforia alcolico-vandalica del gruppo, il gestore propone di portar fuori dal rifugio i mobili e la paglia per farne un falò; in tal modo, sostenendo che anche i muri sarebbero stati destinati alla stessa sorte, persuade gli energumeni a scendere prima dell’imbrunire; la struttura è così preservata, ma capitola pochi giorni dopo per mano di un altro commando salito da Bellano e già responsabile dell’incendio del rifugio Monza (1172 m). Miglior sorte tocca al rifugio Bietti (1719 m), salvato dalla prontezza del custode Poletti il quale, incontrata lungo il sentiero a circa un’ora dalla meta un’affaticata squadriglia punitiva, comunica loro che il rifugio dista ancora parecchie ore di marcia, cosicché questi tornano sui loro passi.

Più a est, seppur non manchino notizie certe di utilizzi da parte dei partigiani – come per il Mulaz (2571 m) e il Rosetta (2581 m) nel gruppo delle Pale di San Martino, o il Bassano al Monte Grappa (1770 m), quartier generale della brigata Matteotti e della missione inglese, colpito e incendiato dai cannoni tedeschi piazzati sui colli di Monfumo –, in genere i rifugi vengono ‘requisiti’ dalle forze di occupazione: come ai rifugi Albani in Val Camonica (1939 m) e Livrio allo Stelvio (3174 m), presidio fisso della Hitler Jugend.

Va infine ricordato un episodio nell’ambito delle embrionali esperienze partigiane di governo democratico ante liberazione: nel 1945, milizie cosacche che al seguito delle truppe del Terzo Reich avevano occupato i territori dell’autoproclamata “Repubblica carnica”, incendiano il rifugio De Gasperi (1770 m) a seguito di una cruenta battaglia in cui soccombono tre valligiani e due partigiani russi.

fonte: Lo Scarpone/ foto: corriere.it

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