Corrado Pesce è morto sul Cerro Torre

Dalla Patagonia arriva la conferma dopo che l'alpinista italiano era stato colpito e ferito gravemente da un scarica di sassi e ghiaccio. Il racconto di Matteo Della Bordella

L’alpinista italiano Corrado Pesce (Korra) è morto. Purtroppo dalla Patagonia arriva la conferma. Pesce è stato travolto venerdì scorso da una valanga di pietre e sassi mentre scendeva dal Cerro Torre dopo aver aperto una via sulla iconica vetta della Patagonia insieme all’argentino Tomás Aguiló. Quest’ultimo, anche egli ferito, è riuscito a scendere dalla montagna  – è ora ricoverato in ospedale – e ad allertare i soccorsi. Pesce era impossibilitato a muoversi per le ferite gravi riportate dalla scarica. Bloccato al box degli inglesi.

 

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La macchina dei soccorsi si è subito messa in moto. Oltre trenta persone. Droni. Elicottero dell’esercito. Volontari ed alpinisti presenti in zona, tra i quali anche i Ragni Della Bordella, Matteo De Zaiacomo e David Bacci. Le due cordate, quella di Pesce e Aguiló e quella dei tre Ragni, hanno condiviso la parte finale della salita in vetta ma poi in fase di discesa hanno optato per diverse strategie. I primi scendendo in notturna per la Nord e i secondi bivaccare in cima per poi scendere dalla sud-est. Della Bordella fa il recoconto su tutto (ve lo riportiamo in basso).

I soccorsi

Non può più essere vivo.

È quanto detto all’ANSA da Carolina Codó, medico argentino e responsabile del Centro dei soccorsi alpini di El Chaltén.

La conferma arriva dall’ingrandimento delle immagini da un drone dalle quali si vede il corpo di Pesce scivolato 50 metri sotto la piattaforma dove aveva passato la notte, il box degli inglesi. con un compagno argentino. A quell’altezza, e senza protezione adeguata, la morte per ipotermia arriva dopo massimo due ore”, ha spiegato la responsabile.

 

 

Il report di Della Bordella

Martedì 25 gennaio. Sono le 11.30, David Bacci, Matteo De Zaiacomo “Giga”, ed io (Matteo Della Bordella) attacchiamo la parete Est del Cerro Torre, per la via aperta da Maestri ed Egger nel 1959, fino al nevaio triangolare. Da qui proseguiamo con altri 5 tiri di placca molto ingaggiosa e giungiamo in prossimità del cosiddetto “box degli inglesi”. Del box ormai rimangono solo poche lamiere accartocciate e questi non offre alcun tipo di riparo o possibilità di bivacco. Abbiamo la nostra portaledge e la montiamo per passare la notte. Mentre scaliamo vediamo Thomas Aguilo “Tomy” e Corrado Pesce “Korra” fissare le corde sui primi tiri della loro linea, la quale si trova circa a 150 metri dalla nostra, per poi fare ritorno alla loro tenda.

Mercoledì 26 gennaio. Durante una faticosa e lunga giornata di scalata, saliamo lungo tutto il “diedro degli inglesi”, dove corre il tentativo di Burke e Proctor del 1981. Percorriamo alcune delle lunghezze estremamente faticose e difficili, la parete è sempre strapiombante e non c’è nemmeno una piccola cengia per appoggiare i piedi in sosta. Stremati dalla lunga giornata, montiamo nel vuoto alla fine del diedro Durante la giornata vediamo Tomy e Korra salire lungo la loro linea e bivaccare su una piccola cengia all’altezza del box e circa 50 metri più a destra.

Giovedì 27 gennaio. Usciamo dal grande diedro e con un corto traverso raggiungiamo la parete Nord del Torre. Qui troviamo una piacevolissima sorpresa: incontriamo gli amici Tomy e Korra impegnati ad aprire la loro nuova via. Mancano circa 300 metri alla vetta e decidiamo di unire le forze per la parte finale. Korra è il più fresco e il più forte, si mette in testa alla cordata, Tomy lo segue e noi dietro di loro ripercorriamo i tiri appena aperti. Dal punto di vista mentale seguire una “macchina” come Korra è un vantaggio enorme.


Alle 17 Tomy e Korra arrivano in cima al Cerro Torre, hanno aperto una via grandiosa sulla montagna più bella e del mondo. Mezz’ora più tardi David, Giga ed io li raggiungiamo sulla vetta. Anche noi abbiamo aperto una nuova via sul leggendario Cerro Torre, non è solo un grande sogno questo, ma è sicuramente la via più bella, importante e difficile che abbiamo mai percorso nelle nostre vite.


Pochi istanti dopo esserci congratulati gli uni con gli altri, le nostre strade si dividono. Tomy e Korra avevano pianificato la discesa notturna (per ridurre al minimo il pericolo di crolli e scariche) lungo la parete Nord. Noi invece abbiamo pianificato di bivaccare in cima e quindi scendere il giorno successivo lungo lo spigolo Sud Est, la cosiddetta “via del compressore”. Loro provano a convincere noi a scendere insieme a loro, noi viceversa proviamo a convincere loro a scendere con noi, ma tutti decidono di rispettare le proprie originarie intenzioni.

Venerdì 28 gennaio. Tomy e Korra scendono al buio lungo la parete Nord e quando raggiungono il luogo dove avevano lasciato sacchi a pelo e materiale da bivacco decidono di riposarsi un paio di ore, prima di continuare la lunga discesa. In quelle due ore, mentre stavano riposando vengono travolti da un’enorme scarica di ghiaccio e sassi che ferisce gravemente Tomy e ancor più gravemente Korra, il quale rimane completamente paralizzato, impossibile a muoversi, per i traumi riportati.


La montagna è enorme e noi dalla cima del Torre, dove stiamo passando la notte siamo assolutamente ignari dell’accaduto. La mattina iniziamo la lunga discesa a corde doppie per la via del compressore. Dopo circa 30 corde doppie, alle 17 raggiungiamo, al limite delle nostre forze, il ghiacciaio alla base del Cerro Torre.


In quel preciso momento, capiamo che è successo qualcosa. Incontriamo sul ghiacciaio un team di alpinisti che ci comunica di un incidente avvenuto a Tomy e Korra. Dalle informazioni a nostra disposizione ci viene comunicato che Tomy è riuscito a scendere fino a circa 300 metri da terra, mentre Korra è ferito in maniera grave, non ha dato nessun segnale e non si hanno notizie certe sulla posizione in cui si trova.

Grazie al nostro drone, individuiamo la posizione precisa di Tomy, ma purtroppo non siamo in grado di localizzare Korra. Quindi iniziamo le operazioni di soccorso a Tomy circa alle 18 di sera. Conoscendo bene quella parete e pur essendo estremamente provato dalla nostra salita, mi metto al comando della cordata di soccorso. Dietro a me l’alpinista svizzero Roger Schali, quindi il tedesco Thomas Huber, infine l’argentino Roberto Treu. In circa 3 ore ripercorriamo i 7 tiri della nostra via fino a nevaio triangolare, quindi con una traversata di 60 metri raggiungiamo Tomy. Quando finiamo di mettere in sicurezza Tomy e farlo scendere, accompagnato da Thomas Huber e Roberto, è già passata la mezzanotte. Si è alzato un vento fortissimo, la temperatura è precipitata. Io e Roger siamo soli sulla montagna con una sola corda a disposizione, cerchiamo di chiamare o avere notizie su Korra, ma non riceviamo alcun segnale. Tomy ci aveva comunicato che si trovava 300 metri sopra di lui e in condizioni estremamente gravi, tuttavia né tramite droni, né tramite i binocoli, nessuno durante la giornata è stato in grado di localizzarlo.


Roger ed io aspettiamo fino alle 3 di notte al freddo e al vento sul nevaio triangolare in attesa di qualche risvolto positivo, che tuttavia non arriva. Quando, inizio ad avere alcuni svarioni, non sentire più i piedi dal freddo e sentire una musica nella mia testa, capisco che è il momento di scendere, perché a malapena potrei badare a me stesso in quelle condizioni. La decisione è amara, ma purtroppo siamo già ben oltre i nostri limiti fisici e psicologici, capiamo che Korra resterà per sempre su quella montagna.


A posteriori ci verrà comunicato dall’equipe medica del soccorso che nelle condizioni di Korra, ogni speranza di trovarlo vivo sarebbe stata vana.

Un enorme ringraziamento va a tutti gli alpinisti coinvolti nel soccorso, in particolare a Thomas Huber, che con la sua visione lucida è stato in grado di coordinare le operazioni in parete. Ed anche a tutte le persone che hanno partecipato nel soccorso a Tomy, per trasportarlo dai piedi della parete fino all’accampamento Nipo Nino. E’ stato un lavoro di squadra incredibile con più di 40 persone coinvolte, sia argentine che di altre nazionalità, che per tutta la notte e a discapito di rischi personali, si sono mobilitate dal paese di El Chalten, stando per 40 ore di fila senza dormire, per portare Tomy in salvo. Una ennesima grandissima dimostrazione di solidarietà nel mondo alpinistico.

Chiamiamo la via appena salita da David, Giga ed io, Brothers in arms in onore di Matteo Bernasconi, Matteo Pasquetto, Korra Pesce e tutti i nostri fratelli che sono mancati sulle montagne che tanto amiamo.


Matteo Della Bordella

Corrado Pesce

Korra, come tutti lo conoscevano. Originario di Novara, era residente a Chamonix da quando aveva 18 anni. Guida alpina. È morto all’età di 41 anni.

Fra gli alpinisti italiani con maggior talento, ha compiuto imprese sulle guglie granitiche patagoniche. E non solo. Ha messo la sua firma su molte vie sulle Alpi.

Tra le sue imprese ricordiamo le grandi salite (molte in solitaria) sulla Nord delle Grandes Jorasses (Manitua, Rolling Stones, Directe de l’Amitié, Cresta del Tronchey, via dei Polacchi, via dei Giapponesi…), la nord del Dru, la ripetizione della via dei Ragni sul Cerro Torre, la traversata tra l’Aguja Standhardt e Punta Herron. In quest’ultima avventura ha aperto una via sul Cerro Torre. Ricordiamo ancora Psycho Vertical in stile alpino sulla Torre Egger (950mt 6c A3, 90°,M8), la via Casarotto al Fitz Roy, la prima libera del diedro Bonington all’Aiguille du Plan (Monte Bianco). Sul Cervino.
Attivo anche sulle Dolomiti. Qui, tra l’altro, ha aperto una nuova via sul Sass Pordoi.
Gli piacevano anche le cascate di ghiaccio. Si era cimentato in ice-climbing sulle Alpi occidentali, anche in territorio elvetico, nell’Oberland bernese.
E poi l’Himalaya indiano, dove nel 2016 salì la mitica mitica parete ovest del Bhagirathi 3 (6.454mt).

 

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