Il “Re” Walter Bonatti

Il 22 febbraio 1965 in vetta al Cervino: una delle pagine epiche dell'alpinismo, poi Bonatti chiude con l'estremo

NELLA NOTIZIA
  • Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi.

Walter Bonatti. Un nome. Un mito. Un alpinista che resterà sempre nella storia. Nato a Bergamo il 22 giugno 1930 (deceduto a Roma il 13 settembre 2011, è arrivato molto lontano. È stato non solo uno dei più grandi alpinisti di sempre, ma anche un esploratore, giornalista, scrittore e fotoreporter.

Non a caso, fu soprannominato «il re delle Alpi», fu anche guida alpina, autore di libri e numerosi reportage nelle regioni più impervie del mondo, molti dei quali come inviato esploratore del settimanale Epoca.

Biografia

Nato nel 1930, figlio di Angelo Bonatti (1888-1973) e Agostina Appiani (1899-1951), aveva una sorella deceduta in giovane età; inizia la sua attività sportiva facendo il ginnasta nella società monzese Forti e Liberi. Nel 1948 compie le sue prime scalate sulle Prealpi lombarde, ma già dall’anno successivo inizia un susseguirsi di imprese dalle difficoltà estreme, cercando soluzioni ai problemi alpinistici dell’epoca e spostando sempre più avanti i limiti dell’umanamente possibile. Per mantenersi in quegli anni svolge il duro lavoro di operaio siderurgico presso la Falck, andando sulle montagne lombarde solo la domenica dopo il turno di notte del sabato.

 

La montagna mi ha insegnato a non barare, ad essere onesto con me stesso e con quello che facevo.

Nel 1949 Walter Bonatti ripete la via Ratti-Vitali sulla parete ovest della Aiguille Noire de Peuterey (seconda ripetizione), la via di Cassin sulla parete nord delle Grandes Jorasses (quinta ripetizione con l’amico Andrea Oggioni) e la via di Vitale Bramani e Ettore Castiglioni sulla parete nord-ovest del Pizzo Badile.

Nel 1950 tenta la sua prima grande impresa in apertura di una nuova via: la parete est del Grand Capucin, una parete di granito rosso mai scalata prima nel gruppo del Monte Bianco. Il 24 luglio parte alla volta di quella guglia di 400 m di granito, insieme con il monzese Camillo Barzaghi, ma una violenta tormenta li fa desistere dopo solo poche decine di metri e sono costretti a bivaccare vicino al Rifugio Torino, in quanto quest’ultimo è troppo costoso per le loro tasche. Dopo tre settimane riprova la scalata, questa volta con Luciano Ghigo, che ha casualmente incontrato nello stesso campeggio in fondovalle. Ma anche in questa occasione, dopo i primi tre giorni di bivacchi in parete, il tempo si guasta e una violenta tempesta di neve, complice un muro liscio e verticale di 40 m da superare, li costringe a una ritirata lunga e difficile per le condizioni in cui avviene. La conquista viene rimandata.

L’Editoriale BONATTI SUL CERVINO DIMOSTRÒ L’ESSENZA DELL’ALPINISMO 

 

Nel 1951 ritenta con Luciano Ghigo il Grand Capucin. È il 20 luglio. Questa volta due giorni bastano per coprire quanto scalato l’anno precedente in tre giorni e anche il muro verticale di 40 m viene superato. Ma ancora una volta il tempo volge al peggio e sono costretti a un ulteriore bivacco in parete, appesi alle corde, in mezzo alla tempesta. Il giorno seguente giungono in cima e riusciranno a raggiungere il Rifugio Torino solo la notte seguente, in mezzo alla tempesta. È la prima volta che una via porta il nome di Bonatti. I festeggiamenti che seguono la riuscita di quest’altra impresa però durano poco: Agostina, la madre di Walter, infatti, muore per la gioia della vittoria del figlio. Al ritorno dei due alpinisti, Gaston Rébuffat definirà questa scalata come “la più grande impresa su roccia realizzata fino ad oggi, un’impresa di cui l’alpinismo italiano può andare fiero.

Nel 1952 è la volta dell’Aiguille Noire de Peuterey per la cresta sud, con Roberto Bignami.

Richiamato alle armi, è in prima istanza assegnato alla Scuola Motorizzazione della Cecchignola. In seguito alle sue proteste, viene riassegnato al 6º Reggimento alpini; qui frequenta numerosi corsi di alpinismo, che gli fruttano un ottimo allenamento.

Il sacrificio è il filtro fondamentale della vita.

Nel febbraio 1953 compie la prima invernale della parete nord della Cima Ovest di Lavaredo con Carlo Mauri (affrontando elevate difficoltà con temperature di 24 gradi sotto zero) e qualche giorno dopo salgono anche la Cima Grande, quest’ultima nord già salita in invernale nel 1938 da Fritz Kasparek. Poco prima della fine dell’inverno, con Bignami, in due giorni di scalata, raggiunge la vetta del Cervino aprendo una variante direttissima lungo gli strapiombi della cresta del Furggen. In estate, sempre con Bignami, compie delle “prime” sulle Alpi Centrali della Val Masino (Torrione Fiorelli per la parete nord, Picco Luigi Amedeo per lo spigolo sud-ovest, Torrione di Zocca per lo spigolo est), oltre alla scalata del Monte Bianco per il canalone nord del Colle del Peuterey e al Pizzo Palù per la parete nord lungo la via Feult-Dobiasch, percorsa in condizioni quasi invernali.

Per l’ottimo livello dell’attività svolta viene ammesso al CAAI (Club Alpino Accademico Italiano) . In seguito, nel 1954, consegue il brevetto di guida alpina.

Tra il 14 marzo e il 18 maggio 1956 compie la prima traversata scialpinistica delle Alpi con Luigi Dematteis, Alfredo Guy e Lorenzo Longo. Si trattò di 66 giorni complessivi, 1795 km percorsi, 136.000 m di dislivello. In realtà vi fu anche un altro gruppo che negli stessi giorni, dall’11 marzo al 19 maggio 1956 compì la traversata. Il gruppo era formato da Bruno Detassis con Catullo Detassis e Alberto Righini. L’inseguimento ebbe termine al rifugio Maria Luisa in val Formazza, dove la pattuglia Detassis si dovette fermare a causa delle condizioni meteorologiche. All’interno del rifugio, i due gruppi firmarono un accordo per completare congiuntamente la traversata, dal Colle del Teodulo al Col di Nava, pur mantenendo l’indipendenza organizzativa. Il 19 maggio, all’Alpe Monesi, i sette uomini furono festeggiati dai dirigenti del Club Alpino Italiano e della FISI (Federazione Italiana degli Sport Invernali). La FISI ha riconosciuto, come prima nella storia dell’alpinismo, la traversata di Bonatti.

Il K2

Sempre nel 1954 partecipa alla spedizione italiana capitanata da Ardito Desio, che porterà Achille Compagnoni e Lino Lacedellisulla cima del K2; con i suoi 24 anni è il più giovane della spedizione.

Il giorno prima che Lacedelli e Compagnoni raggiungano la vetta, Walter Bonatti scende dall’ottavo campo verso il settimo per recuperare le bombole d’ossigeno lasciate lì la sera prima da altri compagni. Con questo carico sulle spalle, insieme ad Amir Mahdi, risale fino all’ottavo campo e di lì, dopo una pausa ristoratrice, fino al luogo in cui Compagnoni e Lacedelli avrebbero dovuto allestire il nono campo.

I due però, soprattutto per scelta di Compagnoni, non allestiscono il campo dov’era stato previsto la sera prima di comune accordo con Bonatti, ma lo fissano circa 250 metri di dislivello più in alto. Bonatti e Mahdi riescono ad arrivare nei pressi del luogo concordato poco prima del tramonto, ma non vengono aiutati da Compagnoni e Lacedelli, che invece d’indicar loro la strada per la tenda si limitano a suggerire da lontano di lasciare l’ossigeno e tornare indietro; cosa impossibile, visto il buio che incombe, l’enorme sforzo che già hanno sostenuto i due dalle prime ore del giorno, e vista soprattutto l’inesperienza di Mahdi a quelle quote e su quei terreni. Il calare delle tenebre rende a Bonatti e Mahdi impossibile individuare la tenda dei due di testa; si ritrovano così soli a dover affrontare una notte all’addiaccio nella “zona della morte” con temperature stimate intorno ai -50 °C, senza tenda, sacco a pelo o altro mezzo per potersi riparare. Solo alle prime luci dell’alba del giorno successivo i due possono muoversi e ritornare verso il campo 8, dove giungono in mattinata; Mahdi riporta seri congelamenti alle mani ed ai piedi, ed in seguito subisce l’amputazione di alcune dita. Tralasciamo il capitolo polemiche, ormai noto a tutti e tutti sappiamo l’epilogo.

Il Monte Bianco

Nel 1955, a metà agosto, dopo due tentativi frustrati dal cattivo tempo, in sei giorni scala in solitaria il pilastro sud-ovest del Petit Dru, nel gruppo del Bianco, restando in parete per sei giorni: è considerata un’impresa che segna una tappa indimenticabile nella storia dell’alpinismo. Dopo cinque giorni di arrampicata su verticalità assolute e con punti di ancoraggio aleatori, Bonatti si trova di fronte a una parete insormontabile. Non c’è possibilità di traversare a destra o a sinistra in quanto la roccia è troppo liscia e non è possibile nemmeno ritirarsi in doppia, a causa delle caratteristiche della parete appena superata. Bonatti collega tutti i cordini e il materiale da roccia che ancora gli resta a formare un grappino da lanciare alla fine di un lunghissimo pendolo. Lo tenta almeno una decina di volte e alla fine riesce a uscire dalla situazione di stallo e a raggiungere la vetta. Nello stesso anno entra a far parte delle guide di Courmayeur.

Nel dicembre del 1956 con l’amico/cliente Silvano Gheser tentano l’ascensione invernale della Via della Poire sul versante della Brenva del Monte Bianco. Durante l’avvicinamento incontrano altri due alpinisti (Jean Vincendon e François Henry) che hanno in programma lo Sperone della Brenva, una via di discreta difficoltà solo di poco discosta dal loro itinerario. L’ascensione di entrambe le cordate inizia alle 4 del mattino di Natale, orario ideale per l’itinerario di Vincendon e Henry, ma già troppo tardi per quello che dovrebbero percorrere Bonatti e Gheser. Infatti, dopo qualche ora di sole le condizioni del ghiaccio peggiorano e la cordata di Bonatti è costretta a discendere sulla Brenva e a seguire la cordata di Vincendon. L’arrampicata prosegue senza problemi con le due cordate che si tengono in contatto vocale, su due vie diverse ma parallele. Alle ore 16, raggiunta la parte finale dell’ascesa, la cordata di Bonatti è più avanti di circa 100 m. Ma nel frattempo nessuno si è accorto dei segni premonitori di un cambiamento di tempo che sta giungendo dal versante opposto: col sopraggiungere del buio, un’ora più tardi, si scatena una tempesta di una violenza inaudita.

Ne scaturisce un bivacco di 18 ore di durata a quota 4.100 m, durante il quale le due cordate non riusciranno più a tenersi in contatto. Bonatti, superata indenne la notte (invece Gheser incomincia a soffrire di congelamento a un piede), la mattina del 26 dicembre, in un momento di calma del vento, raggiunge in pochi minuti l’altra cordata poco più sotto e concorda di fare cordata comune per coprire insieme, perdurando le pessime condizioni atmosferiche, gli ultimi 200 m che mancano alla vetta e poi, giunti al Colle della Brenva, decidere che itinerario seguire verso la salvezza.

Delle due soluzioni possibili (scendere direttamente verso Chamonix lungo i pendii del Grande e del Piccolo Plateau resi ormai pericolosamente instabili dalla neve appena caduta, oppure raggiungere la cima del Monte Bianco e poi, attraverso la via normale, cercare rifugio presso il locale invernale dell’Osservatorio Vallot) Bonatti sceglierà la seconda. La più sicura, ma anche la più dolorosa, in quanto richiede agli alpinisti, ormai stanchi e provati, di riprendere il cammino in salita per altri 500 m di quota in una terribile tormenta. La cordata di Vincendon inizialmente lo segue. Bonatti avanza con la sua cordata il più velocemente possibile, in quanto si rende necessario consentire a Gheser, ormai colpito da gravi congelamenti (avrà alcune dita di entrambi i piedi e di una mano amputate), di ricevere cure urgenti. Arrivano alla Vallot con il sopraggiungere della notte. La cordata di Vincendon ha nel frattempo rinunciato, per sfinimento: a 200 m dalla vetta del Monte Bianco è ritornata sui suoi passi, optando per l’altra possibilità (raggiungere direttamente Chamonix).

La realtà è solo il 5% della vita. L’uomo ha bisogno di sognare per salvarsi. 

Ma la notte li obbliga a bivaccare in un crepaccio a 4.600 m. Bonatti li chiamerà inutilmente nella tempesta senza ricevere risposta. Bonatti e Gheser vengono raggiunti e salvati il 30 dicembre al Rifugio Gonella dalle guide alpine Gigi Panei, Sergio Viotto, Cesare Gex e Albino Pennard. “Sulla cresta rocciosa appena sotto la capanna – scrive Bonatti nel libro ‘Montagne di una vita’ – riconosco l’amico Gigi Panei. Lo vedo balzare verso di me con un impeto in cui intuisco ansia, commozione e affetto. Seguono poi gli altri amici saliti con lui. Ricorderò sempre con quanta gratitudine li abbracciai”. La storia verrà poi conosciuta come l'”affare Vincendon e Henry”. Dopo cinque giorni di freddo e sfinimento, Vincedon e Henry i componenti di quest’ultima cordata muoiono nell’attesa che le squadre di soccorso, bloccate però dal maltempo, li prelevino (ancora vivi li raggiungerà un elicottero che però cadrà sul ghiacciaio).

Nel 1957 si stabilisce a Courmayeur. Dopo un lungo periodo di convalescenza resosi necessario per i postumi dell’ultima ascensione, Bonatti si rivolge all’ultima grande parete vergine del massiccio del Monte Bianco: la parete nord del Grand Pilier d’Angle. Sul Grand Pilier d’Angle aprirà tre vie: una nel 1957 sullo spigolo nord-est con Toni Gobbi, una nel 1962 sulla parete nord con Cosimo Zappelli e l’ultima nel 1963 sempre con Zappelli sulla parete sud-est.

Il 9 marzo 1961 Bonatti realizza insieme a Gigi Panei la prima invernale della Via della Sentinella Rossa sul versante della Brenva del Monte Bianco, impiegando solo 11 ore dal bivacco de la Fourche.

Patagonia, Ande, Karakorum e altre vette

Nel gennaio del 1958 si reca in Patagonia (Argentina), per partecipare a una spedizione organizzata dall’italo-argentino Folco Doro Altan nella regione della cordigliera glaciale Hielo Continental, con l’intenzione di raggiungere la vetta ancora inviolata del Cerro Torre (3.128 m). Come compagno di scalata vuole con sé il lecchese Carlo Mauri. In totale saranno quindi 6 andinisti e 2 alpinisti. Per evitare la competizione generata dall’inattesa e contemporanea presenza di una spedizione trentina, oltre che venendo meno i finanziamenti promessi da varie istituzioni a causa degli atteggiamenti polemici assunti dagli organizzatori italo-argentini di entrambe le parti, il gruppo di cui faceva parte Bonatti decide di spostarsi sullo Hielo Continental, per attaccare il Cerro Torre dal lato ovest. Ne segue un difficoltoso spostamento non solo per l’inclemenza del tempo, ma anche in quanto, per mancanza di soldi, solo in parte poterono usufruire di trasporto animale.

Solo il 2 febbraio, con l’arrivo del bel tempo, tentano la scalata, partendo in quattro: Bonatti e Mauri compongono il team che tenterà la vetta, Folco Doro e René Eggmannche hanno il compito di aspettarli, installando un campo avanzato. Ma devono desistere quando ormai mancano solo alcune centinaia di metri dalla cima, data la mancanza dell’attrezzatura minima necessaria (hanno ormai esaurito corde e chiodi) che sono riusciti a portarsi appresso a causa dello spostamento di versante. Nel corso della stessa spedizione il 4 febbraio scalano il Cerro Mariano Moreno in due cordate (Bonatti con Doro, Mauri con Eggmann), vetta ancora inviolata che nelle mappe del tempo figurava come una zona bianca con scritto “inexplorado”. Per giungere in vetta e ridiscendere al secondo campo sono costretti a una marcia ininterrotta di 30 ore e oltre 70 km tra ghiacciai e pareti, vincendo una gara contro il tempo, la cattiva sorte e l’esaurimento dei viveri. Il 7 febbraio, con Carlo Mauri, è poi la volta del Cerro Adela, battendo sul filo di lana i trentini Cesare Maestri e Luciano Eccher, che incontreranno durante la discesa. I due trentini infatti avevano rinunciato fin dall’inizio al Cerro Torre e stavano cercando di scalare per primi il Cerro Ñato e il Cerro Adela.[38] Sempre nella stessa giornata la cordata di Bonatti effettua il concatenamento di Cerro Doblado, Cerro Grande e Cerro Luca. Quest’ultimo era una vetta ancora inviolata, del gruppo del Cerro Grande, che i due battezzano in omaggio al figlio di Mauri, nato da poco.

L’alpinismo è assai più di una tecnica, è assai più di un record e di una collezione di cime.

Sempre nel 1958 Bonatti partecipa alla spedizione nella regione himalayana del Karakorum diretta da Riccardo Cassin. Assieme con Mauri il 6 agosto raggiunge la vetta del Gasherbrum IV (7.925 m) senza servirsi di bombole d’ossigeno, tracciando un itinerario di grande difficoltà. Nonostante il successo, si deteriora sempre più il rapporto di Bonatti col CAI, di cui Bonatti critica il funzionamento e la legittimità dell’organizzazione, che ritiene essere troppo burocratica e sterile.

Nel 1959 si susseguono numerose le sue scalate sia in Italia che in Francia. È di questo periodo la prima al Pilastro Rosso di Brouillard con l’amico Andrea Oggioni. Apre varie vie al Petit Mont Gruetta e sulla parete nord-ovest della Grivola. Ritorna sulla parete sud del Monte Maudit e in settembre realizza anche la prima solitaria della via Major al Monte Bianco.

Nel maggio del 1961 si sposta nelle Ande peruviane, sulla Cordigliera Huayhuash, dove completa la prima ascensione al Nevado Rondoy Norte con Andrea Oggioni, Giancarlo Frigieri e Bruno Ferrario.

La tragedia del Pilone Centrale

Sempre nel 1961 effettua con Oggioni e Gallieni un tentativo di scalata del Pilone Centrale del Freney, una cima fino ad allora inviolata, facente parte del gruppo del Monte Bianco, sul versante sud. Lungo il percorso, al Bivacco della Fourche, incontra la cordata francese guidata da Pierre Mazeaud (comprendente anche Pierre Kohlmann, Robert Guillame e Antoine Vieille) e le due cordate decidono di unirsi ed effettuare insieme l’ambizioso tentativo. Ma una violenta tormenta di neve, che continuerà per più di un’intera settimana, blocca le due cordate a soli 100 m dalla cima del Pilone. A dare l’allarme sono le guide alpine Gigi Panei e Alberto Tassotti, che non avendo avuto più notizie di Bonatti si recano al Bivacco della Fourche e scoprono, leggendo il libro del rifugio, qual è la destinazione dell’inedita cordata franco-italiana.

Intanto, Bonatti e gli altri suoi compagni, impossibilitati per tre giorni sia a salire che a scendere (Kohlmann è anche colpito da un fulmine che si scarica sul suo apparecchio acustico – era parzialmente sordo – incidente al quale sopravviverà, ma che lo farà sprofondare in un totale isolamento acustico e che probabilmente darà il via alla pazzia che gli causerà la morte), decidono di tentare la discesa, ma solo tre di loro (Bonatti, Gallieni e Mazeaud) riescono a giungere vivi a valle. Gli altri quattro muoiono per lo sfinimento, mentre nella neve fresca si aprono la via verso la salvezza. Vieille muore ai Rochers Gruber; Guillaume cade in un crepaccio del ghiacciaio del Freney; al Canalino dell’Innominata è la volta di Oggioni, bloccato da un nodo delle corde ghiacciate sull’ultima parete di ghiaccio, a meno di un’ora dalla salvezza. Kohlmann a soli 10 minuti dalla Capanna Gamba, con metà volto da giorni ustionato e reso pazzo dalla scarica del fulmine, vedendo Gallieni mettersi le mani in tasca per ripararsi dal freddo, pensa che questo voglia estrarre una pistola per ammazzarlo e lo aggredisce. Gallieni e Bonatti, ormai sfiniti, dopo essere riusciti a bloccarlo si vedranno costretti a fuggire verso la capanna Gamba per chiamare i soccorsi. Giunti alla capanna (che faticheranno a trovare dato che non era stato lasciato alcun segnale luminoso da chi vi dormiva) troveranno le mal organizzate squadre di soccorso addormentate.

Grandes Jorasses e Cervino

In quattro giorni di scalata, tra il 6 e il 10 agosto 1964, sale per la prima volta alla Punta Whymper per la parete nord, una delle sei cime delle Grandes Jorasses, insieme a Michel Vaucher. Si tratta di un itinerario estremamente difficile (valutato da loro ED) che verrà ripetuto solo nel 1976 da Pierre Béghin e Xavier Fargeas, che realizzano anche la prima invernale (valutandola ED+), e sempre Pierre Béghin nel 1977 con la prima invernale solitaria.
La montagna se praticata in un certo modo è una scuola indubbiamente dura, a volte anche crudele, però sincera come non accade sempre nel quotidiano.
Nel 1965, otto giorni dopo un primo tentativo di attacco alla parete nord del Cervino in cordata con Gigi Panei e Alberto Tassotti fallito a causa del maltempo (tra il 14 e il 15 febbraio Bonatti, Panei e Tassotti furono costretti ad un drammatico bivacco in parete di 24 ore con raffiche di polvere gelata che li investirono, avvolti nei loro sacchi imbottiti, a 100 chilometri all’ora, e si salvarono grazie ad una rocambolesca ritirata: quattrocento metri di calate a corda doppia nella bufera), il 22 febbraio di quell’anno Bonatti chiude la propria carriera alpinistica con un’altra impresa considerata straordinaria, aprendo in cinque giorni una via nuova in solitaria invernale sulla mitica parete nord del Cervino, sommando così in un’unica scalata tre diversi exploit: la prima ascesa in solitaria della parete, la prima salita invernale della stessa e l’apertura di una nuova via.

Questa via sulla nord del Cervino di 1200 m di difficoltà ED+ non ha avuto molte ripetizioni; le più note sono:

  • 12-13 agosto 1966: prima ripetizione dei polacchi R. Berbeka, J. Strycznski, R. Sfafirski e A. Zyzak
  • 02/1994: Catherine Destivelle in solitaria in quattro giorni
  • 14/03/06: Ueli Steck in 25 ore
  • 9-10/04/11: salita degli italiani Marco Farina, Arnaud Clavel e Maurizio Rossetto (probabile unica ripetizione italiana)[43]
  • 27/09/11: salita degli svizzeri Patrick Aufdenblatten e Michi Lerjen-Demjen nel tempo record di 7 ore e 15 minuti.

Addio all’alpinismo estremo: Bonatti reporter ed esploratore

Dopo l’impresa del Cervino, che gli vale la Medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica, a soli 35 anni, Bonatti si ritira dall’alpinismo estremo.

Successivamente decide di trasferire il suo alpinismo estremo dalla verticalità delle pareti alle distese del mondo orizzontale, alla ricerca di una propria ragione d’essere, di un modo di vivere a misura d’uomo. Il confronto leale con la natura rimane perciò elemento imprescindibile dal quale ripartire per i viaggi d’esplorazione in tutte le terre del pianeta, portando a conoscenza di molti, durante la lunga collaborazione con il settimanale Epoca (durerà fino al 1979), ciò che pochissimi potevano vivere. La sua filosofia nell’affrontare un viaggio sarà sempre: storia, paesaggio naturale e avventura personale devono divenire un’unica cosa, devono fondersi così da vivere nella natura esperienze per ogni uomo uniche.

Nel 1965, tra maggio e luglio, Bonatti discende in canoa per 2500 km i fiumi Yukon e Porcupine (affluente), attraversando i territori del Klondike e dello Yukon (Canada e Alaska).

Nel 1966 Bonatti si trova in Africa e sale il Kilimangiaro in Tanzania e in Uganda esplora il Ruwenzori ripercorrendo il percorso del Duca degli Abruzzi del 1906 e raggiungendone la cima. Inoltre attraversa un territorio selvaggio di 1200 km da solo per provare la convivenza pacifica con gli animali feroci.

Nel 1967 Bonatti giunge sull’Alto Orinoco ed entra in contatto con la popolazione indigena dei waikas Yanoami.

Con due spedizioni (1967 e 1978) andrà alla ricerca delle sorgenti del Rio delle Amazzoni.

Nell’ottobre 1968 si reca a Sebanga, nell’isola di Sumatra per studiare il comportamento della tigre al cospetto dell’uomo ed entra in contatto con i sakai, una popolazione di aborigeni provenienti originariamente dalle giungle malesi.

Non esistono proprie montagne, si sa, esistono però proprie esperienze. Sulle montagne possono salirci molti altri,ma nessuno potrà mai invadere le esperienze che sono e rimangono nostre.

Nel 1969 visita le Marchesi, dove ripercorre nella giungla il viaggio-fuga di Melville (dai più ritenuto una semplice invenzione a fini novellistici), quando era scappato dall’imbarco della baleniera dove prestava servizio, ed era poi stato prigioniero dei cannibali. Ritrova i luoghi precisi narrati da Melville e comprova la veridicità di tale storia.

Nel 1970 è a Capo Horn, sempre in solitaria. Sale anche il monte Aconcagua (6957m) la cima più alta delle Ande.

Nel 1971 è in Australia, dove esplora il “centro rosso” e le sponde orientali del Lago Eire, nel Deserto Simpson. Nello stesso anno esplora per 500 chilometri i fiordi della Patagonia. Parte dalla Penisola di Taitao per arrivare fino alla Laguna di San Rafael, alla testata del ghiacciaio. Sempre nel 1971, col suo compagno Folco Doro Altan con cui ha già scalato le vette patagoniche nel 1958, naviga lungo l’intero corso del fiume Santa Cruz dal Lago Viedma fino all’Atlantico, con l’intento di ricordare la prima esplorazione del geografo Francisco Moreno avvenuta nel 1877, seguita a quella nel 1834 del giovane Charles Darwin che aveva dovuto rinunciare all’impresa dopo ventun giorni per le difficoltà incontrate nel risalire con le scialuppe del Beagle l’impetuosa corrente.

Nel 1972 è in Zaire e in Congo, sul vulcano Nyiragongo e tra i pigmei. Nel 1973 Bonatti decide di ripercorrere un celebre itinerario fluviale nelle regioni dell’Amazzonia venezuelana, quello compiuto tra il 1799 e il 1804 dal barone Alexander von Humboldt, descritto nei trenta volumi del “Viaggio nelle regioni equinoziali del Nuovo Continente”. L’avventura durerà due mesi e si snoderà lungo i corsi d’acqua Adabapo, Casiquiare, Padamo ed il grande Orinoco, a bordo di diverse imbarcazioni in uso nella zona. Le impressioni che ne ricaverà Bonatti sono sorprendentemente simili a quelle che Humboldt scriveva 174 anni prima nel suo diario.

Nel 1974 è in Nuova Guinea tra i Dani. Nel 1975 è sulle Terre Alte della Guayana.

Nel 1976 è in Antartide, dove esplora le Valli Secche McMurdo, con il prof Carlo Stocchino, oceanografo e meteorologo del CNR, leader della spedizione, il dott. Ivo Di Menno, tecnico elettronico, l’amm. Enrico Rossi, idrografo e ufficiale di Stato Maggiore della Marina Italiana e l’alpinista neozelandese Gary Ball.

Nel 1978 torna in Sudamerica, alla ricerca delle sorgenti del Rio delle Amazzoni. Trovandole dimostra l’errore di una precedente spedizione che ha cementato una targa commemorativa che segnala le sorgenti in un luogo sbagliato.

Nel 1985-1986, con due compagni, ritorna in Patagonia sullo Hielo Continental, con l’intento di compiere una spedizione in completa autosufficienza, procurandosi il cibo lungo il percorso e senza utilizzare mezzi di trasporto. Ma le difficoltà si fanno insuperabili risultando impossibile procurarsi il cibo senza contravvenire ai divieti di caccia imposti dalle autorità (non potendo vivere di pesca perché tutte le acque della Patagonia sono oligotrofiche, cioè prive di qualsiasi forma di vita). I tre componenti del gruppo sono costretti a rinunciare a proseguire con il loro proposito originario e la spedizione assumerà per forza di cose caratteristiche alpinistiche, impegnandosi nella salita ad una vetta inviolata, alla quale verrà conferito il nome di Punta Giorgio Casari, in ricordo di un amico scomparso.

Il ritorno al grande pubblico

È solamente dopo la revisione finale del CAI pubblicata nel 2008 a chiarimento della vicenda del K2 – con la convalida della versione di Bonatti – che Bonatti accetterà di partecipare a trasmissioni televisive (la prima, dopo tanti anni di esilio, nel 1983 intervistato da Enzo Biagi e poi a Che tempo che fa, su RAI3 il 17 gennaio 2009). In passato si era sempre limitato a conferenze relative alle sue imprese e viaggi, avendo sempre cura di evitare commenti sulle vicende del K2, a cui dedicava invece ampi spazi nei propri libri, considerandole troppo lunghe e complesse da poter essere esaurite nel breve spazio di un’intervista.

Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi.

Al contempo venuto meno l’ostracismo in Italia nei confronti di Bonatti messo in atto dalle testate e dal mondo della montagna, iniziano a giungere – riscoperto in patria dal grande pubblico con decenni di ritardo – premi a riconoscimento della sua attività.

Onorificenze

Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinariaCavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana
«Di iniziativa del Presidente della Repubblica»
— Roma, 2 dicembre 2004. Recatosi alla cerimonia di premiazione il 21 dicembre 2004, scopre in quell’occasione di essere stato premiato unitamente ad Achille Compagnoni. Offeso per il fatto di essere stato accomunato a Compagnoni, del quale aveva una pessima opinione a seguito dei fatti del K2, Walter Bonatti, con lettera al Segretario Generale della Presidenza della Repubblica del 25 dicembre 2004, rifiutò l’onorificenza.
Ufficiale, Ordine della Legion d'Onore - nastrino per uniforme ordinariaUfficiale, Ordine della Legion d’Onore
«Un gigante dell’avventura dalla notorietà internazionale, un uomo coraggioso e generoso che non ha esitato a prendere tutti i rischi per soccorrere i compagni.»
— Parigi, 2000
Medaglia d'oro al valore civile - nastrino per uniforme ordinariaMedaglia d’oro al valore civile
«Alpinista intrepido, già nel 1954 dette luminosa prova del suo eccezionale coraggio e generoso ardimento, contribuendo in modo determinante al successo della spedizione italiana al Karakorum-K2. La continuità delle sue imprese audacissime ha trovato la conferma più fulgida nella conquista invernale della parete nord del Cervino, alla quale si lanciava da solo, dopo aver ricondotto alla base i compagni di un primo tentativo sfortunato. La sua ferrea tempra fisica, dominata da un forte e nobile carattere, gli consentiva di superare difficoltà e ostacoli finora valutati insormontabili, quasi a simbolo della superiorità dello spirito dell’uomo sulle forze materiali. L’epica impresa suscitava la commossa ammirazione del mondo intero e l’orgoglio della Patria.»
— Roma, 25 febbraio 1965

Riconoscimenti

Rifugio Bonatti in Val Ferret
  • 1971 – trofeo Il gigante dell’avventura, Per i suoi reportage foto-giornalistici. Iniziativa della rivista Argosy di New York
  • 1971 – premio Die Goldene Blende. Per i suoi reportage foto-giornalistici. Iniziativa della rivista Bild der Zeit di Stoccarda
  • 1973 – premio Die Goldene Blende. Per i suoi reportage foto-giornalistici. Iniziativa della rivista Bild der Zeit di Stoccarda
  • 1998 – È a lui intitolato il Rifugio Walter Bonatti, posto a 2.025 m s.l.m. nel Vallone del Malatraz in Val Ferret
  • 1999 – la città di Monza lo premia con il Giovannino d’oro
  • 2005 – Il 21 marzo è stato insignito della Laurea Honoris Causa in Scienze ambientali presso l’Università degli Studi dell’Insubria].
  • 2009 – Il 26 aprile riceve il Piolet d’Or alla carriera.
  • 2012 – Con la sua scomparsa, e in suo onore, il premio Piolet d’Or alla carriera venne rinominato “Piolet d’Or alla carriera, premio Walter Bonatti“.
  • 2013 – Il 21 giugno viene intitolato a Walter Bonatti il piazzale antistante la sede del CAI provinciale di Bergamo.

Nella cultura di massa

  • Nell’album di Figurine Panini Campioni dello sport 1967/68 la sua foto a colori è la n. 5.
  • Nel 1992 vengono pubblicati “Solitario sullo Yukon“, “Nel cuore dell’Africa” e “Sull’isola dei mostri“. Si tratta di tre albi a fumetti, tratti dai reportage di Bonatti pubblicati anni prima dal settimanale Epoca, disegnati da Enea Riboldi e Pasquale Del Vecchio e pubblicati dall’editore Massimo Baldini a partire dal maggio 1992. Dopo i primi tre albi la pubblicazione viene sospesa.
  • Un’opera sinfonica dal titolo Quota 8100, presente nell’album Piano Car (Rai Trade, 2010) del compositore Stefano Ianne, è dedicata a Walter Bonatti.
  • La rivista Magic Boy ha creato alcune storie a fumetti basate su alcune esplorazioni di Walter Bonatti.
  • Nel maggio 2012 è uscito il primo film documentario autorizzato sulla vita di Bonatti Walter Bonatti, con i muscoli, con il cuore, con la testa di Michele Imperio e Fabio Pagani, prodotto da Road Television. Lo stesso Bonatti aveva dato il suo assenso alla realizzazione. In seguito alla morte dell’alpinista, avvenuta mentre il film era in produzione, ha subito alcune necessarie modifiche ed è stato presentato al Trento Filmfestival il 1º maggio 2012.
  • Nel marzo 2013 Rai 1 trasmette la fiction K2 – La montagna degli italiani, che ricostruisce la vicenda della celebre spedizione, basandosi scrupolosamente sul rapporto ufficiale del CAI del 2004, che riconosce ufficialmente la totale attendibilità della testimonianza di Bonatti sull’impresa. Il ruolo di quest’ultimo è interpretato da Marco Bocci.
  • La band valdostana L’Orage ha dedicato a Bonatti il brano “Skyline” cantato insieme a Naif Herin, dall’album ‘Macchina del tempo’ del 2016

Libri di Walter Bonatti

  • 1961 – Le mie montagne. 282 pp, Zanichelli Editore (ristampato nel 1983)
  • 1971 – I giorni grandi. Arnoldo Mondadori Editore (ristampato da Zanichelli nel 1978)
  • 1980 – Ho vissuto tra gli animali selvaggi. 224 pp, Zanichelli
  • 1983 – Le mie montagne. 181 pp, Rizzoli Editore
  • 1984 – Avventura. 253 pp, Rizzoli Editore, Milano
  • 1984 – Magia del Monte Bianco. Massimo Baldini Editore
  • 1985 – Processo al K2. 123 pp, Massimo Baldini Editore
  • 1986 – La mia Patagonia. 227 pp, Massimo Baldini Editore
  • 1989 – L’ultima Amazzonia. 207 pp, Massimo Baldini Editore
  • 1989 – Un modo di essere. Dall’Oglio Editore
  • 1995 – K2 storia di un caso (ristampato nel 2003)
  • 1995 – Montagne di una vita. Baldini Castoldi Dalai editore
  • 1997 – In terre lontane. 440 pp, Baldini Castoldi Dalai editore
  • 1998 – Fermare le emozioni. L’universo fotografico di Walter Bonatti. 171pp, Edizioni Museo Nazionale della Montagna
  • 1999 – Solitudini australi. 129 pp, Edizioni Museo Nazionale della Montagna
  • 2001 – Una vita così. 510 pp. Baldini Castoldi Dalai editore,
  • 2003 – K2 La verità – storia di un caso. 282 pp, Baldini Castoldi Dalai editore
  • 2006 – Terre Alte. 303 pp, Rizzoli Editore
  • 2008 – I miei Ricordi. 416 pp, Baldini Castoldi Dalai editore
  • 2009 – Un mondo perduto. 463 pp. Baldini Castoldi Dalai editore
  • 2018 – La montagna scintillante. 215 pp. Solferino editore

Filmografia

  • Michele Imperio e Fabio Pagani, Walter Bonatti: con i muscoli, con il cuore, con la testa, Produzione Road Television, 2012.
  • K2 – La montagna degli italiani, regia di Robert Dornhelm, fiction Raiuno del 2013.
  • Grimpeurs (2015) di Andrea Federico. Documentario sulla tragedia del Freney che vide coinvolte le cordate Bonatti-Mazeaud nel Luglio del 1961
  • Rossana Podestà, Paola Nessi – W di Walter, Ed. Contrasto

fonte: wikipedia

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