“Verso l’ignoto”, il film di Daniele Nardi sul Nanga Parbat

75 minuti di adrenalina su sperone Mummery, via Kinshofer, il sogno della vetta

Cosa spinge un individuo a patire freddo, disagi, intemperie, fatiche inumane? Tre anni dedicati ad un progetto visionario: la prima salita invernale del Nanga Parbat. Una sfida al limite del possibile, che porterà la spedizione a dover scegliere tra la vetta e la vita in un susseguirsi di colpi di scena e in uno scenario montano tra i più belli del mondo.

Parole di Daniele Nardi. La sua avventura al Nanga Parbat raccontata in un film uscito nel 2016. “Verso l’Ignoto” con la regia di Federico Santini (Produzione: SD Cinematografica). 75 minuti di pura adrenalina sull’Ottomila pakistano; in doppia versione italiana/inglese.
Una storia lunga quella dell’alpinista laziale con il Nanga Parbat. Una storia iniziata nell’inverno 2012-2013 con Elisabeth Revol (con la quale è in sintonia sui modi di salita senza ossigeno, corde fisse e portatori d’alta quota), nel 2014 in solitaria, nel 2015 da solo sullo sperone Mummery (dopo il forfait di Roberto Delle Monache a causa di un problema alla schiena e la decisione di Revol e Mackiewicz di salire per la via Messner-Eisendle a causa, a loro dire, delle condizioni proibitive dello Sperone) e poi il nuovo team formatosi con l’arrivo al campo base con Txikon e Sapdara (assaporando il sapore della vetta, giunti a quota 7.800 mt circa, ma nella salita, di notte, sbagliano canalone e si ritrovano in un vicolo cieco e ormai è tardi e il buio incombe), nel 2016 nuovamente con Txikon e Sapdara. Di questa spedizione sappiamo l’epilogo per Nardi e conosciamo anche della conquista del penultimo Ottomila in invernale ad opera del nuovo gruppo formatosi con elementi del team originario e new entry.

Il film (fotografia di Federico Santini, montaggio di Francesco Adolini, musiche di Piero Bellisario) lo si gusta tutto d’un fiato, per un’ora e un quarto ti porta lì a diretto contatto con la montagna e gli alpinisti, con le rocce e il ghiaccio, le valanghe, il fiatone, il campo base e i campi alti, a mangiar mais e potato con loro, a fissar corde, e poi ancora i bei momenti di allegria al campo base con i balli di Sapdara a suon di musica tradizionale pakistana. Toccanti i momenti di paura, di indecisione quando Nardi si ritrova da solo sullo Sperone Mummery e decide di continuare anche dopo che una valanga ha distrutto la sua tenda (dalla quale ne era uscito solo pochi minuti prima).

L’alpinismo è l’arte di percorrere le montagne affrontando i massimi pericoli con la massima prudenza.

Il film inizia con questa frase di René Daumal. Nardi la tenne a mente in quel frangente, perché da solo divenne una scalata proibitiva. E se lo rammentò qualche giorno più in là quando scelse la vita a 300 metri dalla vetta…

Entusiasmante quest’ultimo racconto. Il racconto della salita per la via normale (la Kinshofer) ad opera di Nardi, Txikon e Sapdara lo scorso anno. Dal filmato si intuisce subito che i tre ci credevano, sapevano della finestra di beltempo per tentare la vetta da campo 4 a 7.200 mt ma quel giorno, poi, ci si è messo di mezzo la sfortuna e i limiti umani.

Nelle scorse settimane La7 ha dedicato a Daniele Nardi la puntata della trasmissione Atlantide. Storie di uomini e di mondi con la visione anche del documentario Verso l’Ignoto.

Il canale ufficiale per la visione del film QUI.

Daniele Nardi

Daniele Nardi è un alpinista del Sud (Sezze, nel Lazio), un ragazzo della pianura Pontina che sfida le montagne più alte del mondo. Everest, K2, Gasherbrum II, Cho Oyu, Shisha Pangma, Aconcagua, Broad Peak. Tutto è partito dalle montagna dietro casa: il Gran Sasso, il Velino, il Pnalm, ecc ecc…; poi le Alpi, nel ’95 era sulle Grandes Jorasses.

Poi, piano piano, nasce il pensiero forte del Nanga Parbat in inverno. La strada di Daniele si incontrerà con quella di alpinisti internazionali per confrontarsi con la “montagna nuda”. Il motore, come dal titolo del film, è l’ignoto. “Cosa spinge un individuo a sfidare il vuoto? Qual è – si chiede Nardi – il motivo per cui si decide di patire freddo, disagi, intemperie, fatiche inumane?”
Per Daniele è l’esplorazione, la ricerca di un alpinismo puro che ancora si confronta con l’ignoto. Leale, come disse Mummery.

Daniele Nardi sul Nanga Parbat nel 2019 ci è morto. Insieme a Tom Ballard. Lì, sullo Sperone Mummery, lì nell’ignoto…

 

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