Pubblicato il: dom, Feb 4th, 2018

Sindrome del terzo uomo e quella visione misteriosa nella zona della morte

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Il fattore terzo uomo o sindrome del terzo uomo (o indicativamente all’ambito scientifico fenomeno switch) si riferisce a un particolare fenomeno psicologico nel quale, in caso di condizioni di estrema resistenza al limite della morte, il cervello può inviare segnali elettrici (detti switch) tali da poter far alludere alla presenza di una ulteriore entità, che sia fisica o immateriale, accanto alla persona stremata. Ciò detto è l’approccio scientifico a questa sensazione di aiuto “esterno” che avrebbero provato diverse persone in situazioni traumatiche, sebbene secondo taluni e diversi autori e giornalisti non si tratterebbe di un incastro mentale, bensì di una vera e propria presenza sovrannaturale (angelo custode).

Gli alpinisti, ovviamente, ne sanno qualcosa. Nel corso della storia diverse sono state le testimonianze in merito. Come Frank Smythe, gli esploratori polari Peter Hillary e Ann Bancroft.

Lo stesso Messner, come racconta il film Nanga Parbat, durante la discesa dopo essere salito in vetta col fratello Gunther (poi morirà travolto da una valanga) ebbe tali visioni, un uomo gli indicava la via. Attenzione, però. Dicono gli esperti. Tale fenomeno è raccontato dai sopravvisuti, ma si pensa che tali visioni siano pericolose e possano condurre ad ulteriori pericoli, quindi in tanti non avrebbero avuto l’opportunità di raccontarlo.

Nel 2007 un gruppo di scienziati svizzeri provò a confermare una loro ipotesi, basandosi su una paziente epilettica di 22 anni. Stimolando elettricamente l’emisfero sinistro del suo cervello, gli impulsi provocati, ribattezzati switch, spingevano la giovane a credere che ci fosse qualcuno accanto a lei.

Jeremy Windsor ha incontrato Jimmy mentre scalava il Monte Everest. Sino sotto la vetta, dopo l’Hillary Step. Gli parlava, sentiva i suoi ramponi sul ghiaccio.

Ora un nuovo studio rivela che questo tipo di allucinazioni sono più misteriose di quanto si pensasse in precedenza, dal momento che le visioni non possono essere completamente spiegate come un effetto collaterale del mal di montagna o del gonfiore del cervello che frequentemente lo accompagna.

Hermann Brugger, capo dell’Istituto di Medicina di emergenza in montagna presso Eurac Research e autore dello studio Nel nostro studio abbiamo scoperto che c’era un gruppo di sintomi che sono puramente psicotici, vale a dire che, sebbene siano effettivamente legati all’altitudine, non possono essere attribuiti ad un edema cerebrale di alta quota, né ad altri fattori organici come la perdita di liquidi, infezioni o malattie organiche.

I ricercatori hanno analizzato 83 scalatori che presentavano episodi di psicosi, secondo i criteri diagnostici del DSM-5, il manuale dell’Associazione Psichiatrica Americana che definisce i disturbi mentali.

Il team ha concluso che i sintomi di circa la metà degli scalatori non erano sufficienti per qualificarsi come episodi psicotici. Altri 18 scalatori (22%) hanno avuto episodi psicotici sulla montagna insieme a segni di mal di montagna. Ma i restanti 23 scalatori (28%) hanno avuto episodi di psicosi soltanto – si sono verificati ad alta quota, ma senza altri sintomi di malattia legata alla montagna. Ciò indicherebbe, quindi, una nuova sindrome.

Gli autori dello studio sono interessati a collaborare con i medici nepalesi dell’Himalaya per saperne di più su quanto siano comuni questi episodi e vedere se tali casi possono aiutare la comprensione degli scienziati delle allucinazioni che altre persone presentano.

E questo è ciò che scrisse Habeler nel suo libro del ’79 “Everest, Impossible victory”  Si dice che chiunque venga ucciso sulla montagna vaghi per sempre dopo la morte e guida gli scalatori viventi durante i loro ultimi metri prima della vetta.

Un pensiero, in tal senso, va a Tomek Mackiewicz. Il polacco, deceduto pochi giorni fa dopo essere arrivato in vetta ed aver coronato il suo grande sogno, ha perso la vita durante la discesa. Chissà, chi passerà di là, potrà incontrarlo…

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