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Giovani promesse e leggende dell’alpinismo morte nel 2020

Il mondo dell'alpinismo italiano e internazionale in questo difficile anno ha detto addio, tra gli altri, a Matteo Bernasconi, Matteo Pasquetto, Joe Brown, Hamish MacInnes e Doug Scott

2020: anno difficile! Anche il mondo dell’alpinismo italiano e internazionale è stato colpito da diverse tragedie. Ci hanno lasciato ragazzi, giovani promesse e anche alcuni miti dell’alpinismo.

Matteo Bernasconi

Matteo Bernasconi morì il 13 maggio, aveva 38 anni. Il Berna, come lo chiamavano gli amici. Il Ragno di Lecco fu travolto da una valanga in Valtellina. Nel Canale della Malgina, Pizzo del Diavolo.

Matteo Bernasconi era membro dei Maglioni Rossi dal 2003, nel 2009 è diventata Aspirante Guida Alpina e Guida Alpina nel 2011. Aveva un grande amore, la Patagonia. Molte avventure, molte soddisfazioni in quelle terre.

matteo bernasconi

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Matteo Pasquetto

Il pomeriggio del 7 agosto scorso un’altra notizia di cronaca sconvolge il mondo dell’alpinismo. È morto Matteo Pasquetto. Aveva aperto una nuova via lungo la parete est delle Grandes Jorasses. La tragedia lungo la cresta del Reposir. Era con Matteo Della Bordella e Luca Moroni.

Pasquetto viveva a Varese e avrebbe compiuto 26 anni l’11 agosto.

matteo pasquetto

Era un forte alpinista, era aspirante guida alpina. Aveva già un curriculum da far invidia. In Patagonia ad inizio anno, insieme a Matteo Bernasconi e Matteo Della Bordella aveva aperto Il dado è tratto, una nuova linea sulla Aguja Standhardt. E ancora la prima ripetizione della difficile via del 40esimo dei Ragni di Lecco sulla parete nord dell’Aguja Poincenot. Sempre in Patagonia, insieme a Della Bordella, la prima salita di Jurassic Park, sulla parete nord di El Mocho.

Il ricordo dell’amico Matteo Della Bordella

 

Nel corso del 2020, come accennato, sono morti anche personaggi storici dell’alpinismo internazionale.

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Joe Brown

Il 15 aprile, a 89 anni, il britannico Joe Brown. Mitico scalatore! Nato nell’area di Manchester, ultimo di sette figli di una modesta famiglia, aveva mostrato fin dall’adolescenza una particolare predisposizione per l’arrampicata.

Il 15 aprile fu un giorno funesto. Il coronavirus si è portato via Luis Sepulveda. E nello stesso giorno  se n’è andato il fortissimo arrampicatore e alpinista britannico Joe Brown, scomparso nella sua casa di Llanberis.
Era nato il 26 settembre 1930 ad Ardwick, nella periferia di Manchester. Molto attivo tra anni ’40 e ’60, è stato pioniere dell’arrampicata su roccia in Gran Bretagna. Un’arrampicata evolutiva per l’epoca.

Nel 1951 Brown realizzò la prima di “Cemetery Gates” a Dinas Cromlech, nel ’52  “Cenotaph Corner”. Tante salite nel Peak District. Protagonista anche fuori casa, dalle Alpi all’Himalaya. Ha fatto cordata con Chris Bonington. Divenne molto noto anche per il fatto che alcune sue scalate furono riprese dalla tv.

Ricordiamo “Fissure Brown” sulla parete ovest dell’Aiguille de Blatière, la ovest del Dru, la prima salita del Kangchenjunga (8.586 m) e poi ancora le prime salite (Karakorum) di Muztagh Tower (7.276 mt) nel 1956 e Trango Tower nel 1976 (6.236 mt).

 

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La prima ascensione della cima principale del Kangchenjunga fu compiuta il 25 maggio 1955 da George Band e Joe Brown, facenti parti di una spedizione inglese guidata da Charles Evans, per la parete sud-ovest. Il giorno successivo raggiunsero la vetta anche gli alpinisti Norman Hardie e Tony Streather.

Aveva sei fratelli, lui il più piccolo. Il padre morì quando aveva un anno.

 

Poi è arrivato l’autunno, e come le foglie, son caduti altri famosi alpinisti.

Hamish MacInnes

Hamish McInnes

Poi è toccato allo scozzese Hamish MacInnes, 90 anni, uno dei padri della scalata sul ghiaccio in piolet-traction. Inventore di attrezzi rivoluzionari, piccozze e martelli in metallo.
Il celebre alpinista, esploratore e soccorritore scozzese morì nella sua casa di Glen Coe. MacInnes, autore di mille imprese, era nato a Gatehouse of Fleet a Galloway, nel 1930.

A soli 16 anni ha scalato il Cervino. Ha preso parte a più di 20 spedizioni alpinistiche, di cui 4 sull’Everest. Qui si salvò anche da una valanga, era il 1975.

A lui si deve il progetto della prima piccozza interamente in metallo (con martello e lama inclinata) oltre che una barella di salvataggio leggera utilizzata in tutto il mondo da squadre del soccorso in montagna ed anche dalle forze speciali militari.

Era soprannominato la Volpe di Glencoe. Nomignolo dovuto alla sua “astuzia come scalatore”, infatti aveva una enorme esperienza alpinistica. Ha partecipato alla realizzazione di numerosi film tra questi ricordiamo “The Eiger Sanction” di Clint Eastwood e  “The Mission” con Robert De Niro.

Ha anche ricevuto lo Scottish Award for Excellence in Mountain Culture nel 2008.

Poi gli anni che avanzano e nel 2014 perse la memoria a causa di una grave infezione.

La sua vita nel film della BBC “Final Ashent: The Legend of Hamish MacInnes”.

È l’autore del celebre “International Mountain Rescue Handbook” (1972), manuale di soccorso noto a livello mondiale.

Amico e compagno di cordata di Chris Bonington, di questo sodalizio va ricordato, tra le tante altre anche a livello extraeuropeo, la salita del Pilier Bonatti del Petit Dru. Era il 1958.

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Doug Scott

Poi, Lui. Doug Scott. Il 7 dicembre scorso il mondo dell’alpinismo ha pianto la scomparsa di una leggenda. A portarselo via un  linfoma cerebrale, aveva 79 anni. Era portavoce dello stile alpino, del movimento hyppie degli anni d’oro dell’alpinismo britannico.

Dou Scott era nato a Nottingham (Regno Unito), il 29 maggio 1941. Era davvero una leggenda. Le sue salite parlano per lui e resterano nella storia dell’alpinismo. Protagonista di oltre 40 spedizioni, parecchie in Himalaya.

La più famosa la prima salita britannica all’Everest (parete Sud-Ovest), era il 24 settembre 1975 insieme a Dougal Haston e sotto la regia di Sir Chris Bonington.
Con l’amico Bionington ha scritto una delle pagine memorabili dell’alpinismo. La salita all’Ogre. Era il 1977. L’odissea che vivranno in queti terribili giorni, perché su quella montagna ci resteranno giorni prima di salvarsi, verrà raccontata poi in un libro da Doug Scott “Ogre. Il Settemila impossibile“.

 

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Molto attivo anche a livello sociale, nel 1995 costituì l’associazione benefica Community ActionNepal.

 

Doug Scott

Aveva 79 anni, a portarselo via un linfoma cerebrale

 

Nel 1999 riceve la medaglia d’oro della Royal Geographical Society, uno dei massimi riconoscimenti in Inghilterra.

Lo scorso mese Scott era stato insignito della carica di membro onorario dell’UIAA (International Climbing and Mountaineering Federation).

Ricordiamo ancora:

  • Ang Rita Sherpa, il Leopardo dlele Nevi, come era chiamato. Famoso per aver salito 10 volte l’Everest senza ossigeno supplementare.

Ang Rita Sherpa è morto

  • Franco Miotto, l’uomo del Burel e dei Viàz è morto all’età di 88 anni. Nel 2001 il Premio Pelmo.

Franco Miotto, morto il camoscio delle Dolomiti

  • Giuliano Stenghel, molto conosciuto per la sua attività alpinistica e di solidarietà

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  • Marc Powell

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  • Luce Doudy

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  • Hugo Hoff

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  • Michael Tsoukias

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